Depressione. Descrizione e trattamento

Il disturbo depressivo è la malattia mentale più diffusa e sembra in continua crescita (World Health Organization, 1998; 1999).

Ogni anno si ammalano di depressione quasi 100 milioni di individui in tutto il mondo e di questi il 75% non viene trattato o riceve cure inappropriate.

I tassi di prevalenza nell’arco della vita del disturbo depressivo maggiore, per un periodo superiore ai 12 mesi, oscillano tra il 2,6% e il 12,7% negli uomini e tra il 7% e il 21% nelle donne, e si stima che circa un terzo della popolazione soffrirà di un episodio di depressione lieve durante la propria vita.

I possibili esiti della depressione possono essere molto gravi, comportando un notevole deterioramento del funzionamento psicosociale, fino ad arrivare al suicidio.

Tra i pazienti depressi la probabilità di suicidio è del 15% circa. I fattori di rischio suicidario possono essere diversi. Quelli principali evidenziati dagli studi attualmente presenti in letteratura sono:

  • l’appartenenza al sesso maschile;

  • la presenza di ideazione suicidarla;

  • il ritiro sociale;

  • i sentimenti di disperazione, oltre che la durata dell’episodio depressivo ( più tempo dura, più cresce il rischio che la persona commetta suicidio).

Anche quando non si arriva al suicidio, la presenza di un disturbo depressivo può portare comunque a gravi compromissioni nella vita di chi ne soffre: non si riesce più a lavorare o a studiare, a coltivare interessi e mantenere relazioni sociali e affettive, a provare piacere e interesse in alcuna attività.

I pazienti che soffrono di disturbi depressivi presentano uno stato di salute peggiore, un maggior rischio di invalidità e di assenza dal lavoro, una compromissione delle prestazioni lavorative, maggiori difficoltà relazionali in famiglia, maggiore incapacità nell’adempiere il proprio ruolo genitoriale ed un aumento significativo nell’utilizzo dei servizi sanitari.

Misurando le cause di morte, l’incapacità a lavorare, la disabilità e le risorse mediche necessarie, si può ipotizzare che tra circa 15 anni la depressione clinica avrà un peso sulla salute internazionale secondo solo alla malattia cardiaca cronica (Hartley, 1998; WHO, 1998).

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV; APA 1994, DSM V, 2014), chi soffre di disturbo depressivo maggiore presenta, per almeno due settimane:

  • un umore depresso (tristezza, disforia, irritabilità, disperazione, etc.) per tutta la giornata quasi ogni giorno

  • assenza di interesse e piacere nelle attività che prima lo interessavano e lo facevano stare bene.

Ad almeno uno di questi due sintomi se ne aggiungono minimo altri quattro, tra cui

  • faticabilità;

  • cambiamento significativo di peso;

  • disturbi del sonno;

  • agitazione o rallentamento motorio;

  • sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi;

  • difficoltà di concentrazione, di pensiero e di prendere decisioni;

  • pensieri ricorrenti di morte, ideazione suicidaria o tentativi di suicidio.

Per poter porre diagnosi di disturbo depressivo maggiore, la persona non deve aver mai sofferto nella sua vita di altri tipi di alterazione patologica dell’umore quali episodi maniacali, ipomaniacali o misti (depressione e ipo/maniacalità contemporaneamente).

I sintomi depressivi possono comparire quasi improvvisamente in modo acuto in persone che generalmente hanno una personalità “ottimista e allegra” o possono essere presenti da diverso tempo in forma lieve e sottosoglia (distimia) con alcuni momenti o periodi di peggioramento.

Se si considerano quindi, la vasta diffusione dei disturbi depressivi, la loro natura invalidante e l’alto tasso di prevalenza di forme subcliniche, i cui sintomi non arrivano a soddisfare i criteri diagnostici, ma sono significativamente correlati alla probabilità di sviluppare in seguito un episodio depressivo più grave, ci si rende conto di quanto sia importante riconoscere il prima possibile i sintomi depressivi e curarli efficacemente.

Questo impegno diviene ancora più urgente, arrivando a costituire una reale emergenza nel campo della salute mentale, dal momento che i casi di depressione sono sempre più in aumento tra le persone giovani, adolescenti e giovani adulti, e quindi in persone che sono nell’età in cui si costruiscono i mattoni della vita futura, come studiare e trovare un lavoro, fare amicizie, trovare un amore e metter su famiglia.

L’approccio cognitivo ha da sempre posto molta attenzione alla comprensione e alla cura della depressione. Attualmente è uno dei trattamenti più efficaci, tanto che le linee guida internazionali dell’APA (1993, 2000) indicano la Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) come scelta privilegiata nella cura della depressione, associata ai farmaci antidepressivi quando la depressione è grave.

La prima formulazione del modello cognitivo della depressione risale agli inizi degli anni sessanta, quando vennero pubblicati due articoli e un libro di Aaron T. Beck, in cui l’Autore descrive le principali ipotesi esplicative e il protocollo di terapia (1963, 1964, 1967). Da allora sono state avanzate e studiate diverse ipotesi cognitiviste sul disturbo depressivo, la maggior parte delle quali in linea con quelle di Beck. Ancora oggi il modello esplicativo di Beck è la formulazione più nota in clinica e nella ricerca e il suo protocollo terapeutico rimane il più efficace per i disturbi depressivi e costituisce la base dell’intera terapia cognitiva.

Supporto psicologico a distanza

Per un errore tecnico il 20 Marzo 2020 è stato pubblicato il seguente articolo in versione incompleta. Vi ripropongo il medesimo articolo completo in tutte le sue parti. Buona lettura.

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In questi tempi di restrinzioni alla libera circolazione e all’invito perentorio di limitare allo stretto necessario uscite e relazioni sociali, è inevitabile vivere momenti di stress, più o meno frequenti, più o meno importanti.

Le disposizioni emanate dal governo sono misure necessarie al contenimento della diffusione di questo virus che, ahimè, comporta gravi conseguenze, in termini di salute, talvolta fatali.

Dinanzi a tale scenario varie sono le reazioni che stiamo vedendo, fuori dalla finestra, al telegiornale, sui social.

Chi esce strettamente per necessità, restando la maggior parte del tempo in casa

chi non mette naso fuori di casa per giorni, disinfettando ogni artefatto della casa

chi va al parco a fare picnic o gite in altre regioni, prendendo multe salate

chi lavora da casa, perchè il tipo di lavoro e il datore di lavoro lo permettono

chi resta a casa per senso civico e di responsabilità, anche bloccando il lavoro e dunque le entrate mensili.

Tutta questa eterogeneità di reazioni comportamentali scaturiscono da diversi elementi, in primis dalla valutazione che ognuno di noi compie a livello mentale, della percezione del pericolo e della stima delle possibili conseguenze negative che potrebbero scaturire dalla volontà di seguire e rispettare le disposizioni fornite dal Governo, basate sulle indicazioni fornite da esperti dell’Istituto Superiore di Sanità.

Probabilmente, il processo decisionale di chi ha scelto di non seguire le disposizioni governative in termini di COVID-19, vede la prevalenza della sottostima dei rischi legati all’esposizione (a me non succede niente, è solo in alcune zone, non mi importa, etc) in favore di una sovrastima delle perdite legate al restare a casa (libertà individuale, paura dell’isolamento, rabbia, stress percepito), adeguando il proprio comportamento verso scelte discordanti dalle attuali normative.

Per chi sceglie di seguire le norme governative, lo scenario non è dei migliori: l’isolamento, il blocco delle relazioni interpersonali in vivo, lo stop delle attività lavorative, la convivenza forzata h24 con i familiari, la paura di chi è fuori dalle mura protette della propria abitazione, uscire per le necessità, esponendosi ad un probabile contagio rendono comunque stressante il vissuto quotidiano.

Al fine di fornire un aiuto professionale a tutti i cittadini che versano in uno stato di stress  legato alla contingenza del momento, e a chi vive disagi psicologici pregressi, esacerbati dal momento  attuale, diversi studi professionali di Psicologia e Psicoterapia sul territorio nazionale offrono uno spazio di ascolto gratuito, attraverso differenti modalità (su Internet è possibile consultare la lista degli spazi attivati #psicologicontrolapaura).

Lo studio di Psicoterapia Cognitiva Bracci si allinea all’offerta di spazi di ascolto gratuiti, attraverso messaggistica o brevi colloqui telefonici (questi ultimi da concordare preventivamente).

Per chi fosse interessato a iniziare o riprendere un lavoro più strutturato, in termini di supporto psicologico e/o psicoterapia, può prenotare un appuntamento. In questo caso, in accordo con le disposizioni governative anti-contagio, tali servizi sono normalmente assicurati nell’ambito di un impegno professionale, soggetto a pagamento in base al Tariffario Nazionale degli Psicologi, e sarà effettuato tramite supporto on-line, Skype e telefonicamente, in base alle singole esigenze.

Resto a disposizione per informazioni.

Bambini e genitori a tavola

Succede sovente che, nelle famiglie con bambini, in occasione dei pasti possano insorgere momenti di tensione, o addirittura conflitto aperto, per una condotta alimentare non ritenuta appropriata.

Si spazia dal mangiare in piedi o in posizioni acrobatiche, dall’andare e venire dal tavolo per ogni boccone, dal mangiare solo con i cartoni, passando per scelte esclusive di determinati alimenti, a pasti ridotti o totale digiuni.

Possono verificarsi capricci, ricatti e imposizioni, fino a lacrime e disperazione, da parte dei bambini e da parte dei genitori.

Dal punto di vista genitoriale, è possibile imbattersi in 2 stili di comportamento preferenziali: il primo consiste nell’obbligo di seguire determinate regole, alimentari e di condotta, che mirano a fornire una struttura educativa alimentare; il secondo si connota come un “lasciar fare”, “passerà”, che si caratterizza dunque come una sorta di accondiscendenza ai voleri del bambino, o libertà di esprimersi.

Questi due stili sono ovviamente gli estremi di un continuum lungo il quale si dipanano tutta una serie di tentativi “quotidiani” di trovare una soluzione di gestione della tavola e del quieto desinare.

Interrogativo dei genitori è come gestire questi fenomeni, da dove hanno avuto origine, quali le loro mancanze educative, se è possibile intervenire o se è ormai una situazione consolidata, se si è in presenza di una condizione clinica, e altro.

Ne consegue uno stato emotivo che permane nel tempo, da un pasto all’altro e a quello successivo, che  può essere caratterizzato da rabbia, ansia, frustrazione, sensi di colpa, sentimenti di incapacità, di inefficacia, di timore per lo stato di salute del bambino, ma anche di tensioni tra coniugi, con relativa colpevolizzazione di uno nei confronti dell’altro, in termini di coercizione contro lassismo, di accuse reciproche, di assenza contro totale delega.

Fornire la spiegazione del fenomeno sarebbe semplicistico, in quanto esso è multideterminato, e per questo, soggetto alla combinazione di molte variabili che si relazionano tra loro, ad esempio:

  • i partecipanti alla tavola
  • lo stile familiare di conduzione del pasto
  • il carattere dei partecipanti
  • le regole della famiglia
  • le aspettative dei genitori, basate sulle regole acquisite nelle famiglie d’origine
  • la presenza del televisore, telefoni, tablet
  • preparazione dei pasti/stile dietetico
  • stile relazionale genitori/figli.

Tutti gli elementi si possono combinare tra loro e dare vita  a scenari diversi. E differenti possono essere i modi in cui si affrontano le situazioni che si vengono a creare. Alcune situazioni evolvono in maniera naturale e si risolvono, altre perdurano. Se intervenire o meno resta nelle capacità della coppia genitoriale di osservare, confrontarsi ed intervenire in maniera congiunta, consultandosi con il pediatra o lo psicologo esperto in disturbi alimentari.

Ma restano alcune considerazioni da fare .

Il bambino è una persona in divenire, impara dall’ambiente e, in relazione all’età, si pone in maniera attiva, esercitando la volontà di essere attore delle esperienze che lo circondano e lo riguardano, attraverso la scelta.

Dunque il bambino assorbe ciò che lo circonda, non solo in termini linguistici (ciò che gli si dice), ma anche e soprattutto in termini comportamentali (ciò che si fa). Osserva e ripropone le dinamiche che coglie con l’imperativo tipico dei bambini: senza filtri, senza accomodamenti, in maniera assoluta. Pertanto i comportamenti a tavola, ai quali noi adulti non prestiamo attenzione o che consideriamo appropriati in base allo status di adulto, come mangiare in silenzio assorbiti da tv e telefonini, il bambino li fa suoi, mangiando solo guardando i cartoni o con il telefono in mano.

Il bambino può portare a tavola ciò che coglie fuori dai pasti: tensioni, disinteresse percepito, incongruenze, ma anche solitudine, difficoltà indipendenti dall’assetto familiare, rabbia e tristezza. In diverse fasce di età tendenzialmente si acquisiscono delle abilità e competenze psicologiche, senza le quali o in mancanza di un adeguato supporto genitoriale che possa consolidarle, il bambino non è in grado di riconoscere, dare un nome e condividere un mondo interiore basato su emozioni negative: il linguaggio è quello corporeo, attraverso comunicazioni fisiologiche (inappetenza, mal di stomaco, capricci, iperattività, assorbimento in attività non pertinenti).

Il bambino può voler farsi Vedere: attraverso la presa di decisione, la scelta, l’autonomia decisionale. La tavola diventa il banco di prova dove esercitare tale autonomia, i genitori il pubblico che assiste alla sua performance di essere diventato grande.

Inoltre vi sono una serie di atteggiamenti frequentemente riscontrati nei bambini, come una selezione del cibo in base all’aspetto e al colore, alla disposizione nel piatto, alle consistenze degli alimenti, alle preferenze alimentari e oppositività rispetto un determinato cibo; tendenzialmente sono atteggiamenti transitori, che si risolvono nel tempo, da non patologizzare.

Dinanzi a questo ampio panorama di comportamenti e atteggiamenti legati ai momenti del pasto, alcune indicazioni di carattere generale per supportare i genitori in difficoltà:

  1. richiedere un consulto dal pediatra solo se le scelte alimentari del bambino sono severamente limitate in termini nutrizionali, cioè se il bambino assume solo pochissime categorie differenti di cibo (solo pasta in bianco, rifiuto categorico di frutta e verdura, etc) e/o se si verifica un calo ponderale importante e in breve tempo;
  2. non forzare il bambino ad assumere determinati cibi, in quanto ciò potrebbe portare a creare resistenze;
  3. non ricattare il bambino (se mangi, ti compro un gioco), ciò significa delegare il potere e i bambini lo avvertono e lo usano;
  4. non creare un clima a tavola di tensione e conflitti, questo potrebbe essere la base per futuri disturbi conclamati;
  5. è preferibile dare il buon esempio a livello comportamentale: stare seduti a tavola compostamente, mangiare tutti i cibi presenti al pasto, essere presenti, tranquilli, disponibili;
  6. fornire regole ed applicarle nel tempo, senza imporle: i bambini necessitano di una struttura e assorbono e consolidano le abitudini familiari gradualmente;
  7. offrire un’ampia varietà di cibi, colorati, divertenti e appetibili: esistono una grande varietà di ricette basate sui medesimi ingredienti;
  8. osservare, ascoltare e accogliere le preferenze dei bambini, con flessibilità e coinvolgimento: chi di noi mangia tutto di tutto? anche per i piccoli è così, l’importante è che il rispetto delle preferenze non si trasformi in limitazioni strutturali;
  9. far socializzare i bambini con il cibo, toccarlo, lavarlo, maneggiarlo, riconoscerlo, e perchè no?, in base all’età, scegliere la ricetta da mettere a tavola e partecipare alla preparazione;
  10. porre attenzione se ulteriori difficoltà o disagi emergono in altre aree funzionali, come il sonno, l’attenzione, etc.

Per i genitori che vivono situazioni di stress dinanzi a scenari simili, non è facile tenere sotto controllo la propria emotività. Tale disagio, per quanto si tenti di nasconderlo, celarlo agli occhi dei propri figli, comunque verrà avvertito: il linguaggio preferenziale dei bambini è quello corporeo e anche se la mamma o il papà affermano una cosa, loro necessariamente percepiranno tutt’altro, innescando confusione e ambiguità nella comunicazione, con conseguenze sull’emotività dei bambini, in termini negativi.

 

Gruppo di gestione dell’ansia

Nella pratica clinica è presente un elenco di disturbi clinici riferibili ai sintomi ansiosi, derivanti da caratteristiche specifiche relative ad una costellazione sintomatologica, e sono:

  • DAP, disturbo da attacchi di panico
  • DAG, disturbo d’ansia generalizzata
  • DAS, disturbo d’ansia sociale
  • disturbo d’ansia per la salute (ipocondria)
  • disturbo somatoforme
  • DPTS, disturbo post-traumatico da stress
  • disturbo dell’adattamento
  • fobia specifica

E’ possibile concepire tutti i precedenti come declinazioni di una macrocategoria, ossia la Sindrome Ansiosa, dove è presente un nucleo centrale psicopatologico caratterizzato da un pattern emotivo e cognitivo specifico, con un sistema di funzionamento simile ai diversi disturbi e mantenuto da simili meccanismi.

Pertanto, laddove il setting psicoterapico individuale è mirato al caso specifico riportato in seduta dal paziente, con il lavoro di gruppo si può lavorare sui meccanismi di innesco e di mantenimento della sintomatologia ansiosa  comuni, intervenendo sulle caratteristiche specifiche della singola esperienza individuale  attraverso la condivisione delle esperienze, ricerca di significati e strategie di coping in maniera corale.

Sia il lavoro individuale che quello di gruppo presentano vantaggi e svantaggi. Rispetto al lavoro psicoterapico in setting individuale, il gruppo di gestione dell’ansia ha in primis un vantaggio economico, con un costo più contenuto; è presente anche un vantaggio esperienziale, laddove il percorso condiviso rispetto ad un disagio e sofferenza ritenute strettamente personali, insormontabili, riferibili ad una propria scarsa efficacia, sono condivise tra i partecipanti, con un impatto positivo sulle emozioni negative secondarie; infine un vantaggio metodologico, dato dalla condivisione della psicoeducazione e degli homework (test, schede, diari) che in tal modo risultano maggiormente comprensibili.

 

Per poter accedere al gruppo di gestione dell’ansia è necessario prenotare un primo incontro psicodiagnostico, al fine di determinare se presente o meno un disturbo ansioso.

Se presente, sarà possibile chiedere informazioni più specifiche in termini di orari, giorni, costi, o altre informazioni.

All’interno del gruppo sono presenti regole alle quali fare riferimento, in primis quelle riferite alla privacy, nel rispetto della dignità e diritto alla riservatezza di ciascun partecipante.

 

In linea generale il gruppo di gestione dell’ansia partirà al raggiungimento della quota di iscritti pari a 3, fino ad un max di 6 partecipanti; gli incontri si svolgeranno 1 volta a settimana per un tempo di circa 90 minuti.

Insonnia. Alcune indicazioni.

L’insonnia è definita come un alterazione del ciclo sonno-veglia, caratterizzata dall’incapacità di prendere sonno. Ciò comporta conseguenze negative, come spossatezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione, che si riflettono sull’efficacia quotidiana della persona e sul suo benessere generale.

E’ una condizione clinica che può e deve essere indagata, in modo da comprendere i meccanismi che la determinano; eppure esistono comportamenti che possono aiutare a gestirla, all’insegna di un corretto stile di vita.

Alcune regole di igiene del sonno:

  1. cercare di andare a letto ed alzarsi ogni mattina allo stesso orario
  2. evitare cene abbondanti ed evitare di mangiare prima di andare a letto
  3. nel corso della giornata evitare di assumere bevande eccitanti in quantità abbondanti
  4. la sera preferire bevande rilassanti (tisane, camomilla, latte caldo)
  5. consumare bevande alcoliche in dosi modeste, evitandole preferibilmente nelle ore serali
  6. prima di andare a letto, non fumare e non guardare la tv, meglio leggere un libro
  7. svolgere regolarmente attività fisica.

Vivere in un ambiente confortevole è importante, in quanto agisce positivamente sulla qualità del sonno.

Pertanto, è bene vivere in ambiente luminosi ed esporsi alla luce del sole, mantenere una temperatura della stanza in cui si dorme tra i 15 e i 18°C.

E non dimenticare di fare tutte le mattine una bilanciata e ricca colazione.

Queste indicazioni possono rivelarsi utili, ma non sempre risolutive, in quanto molto dipende se l’insonnia è primaria (non spiegabile da cause ambientali e organiche) o secondaria (cause ascrivibili all’ambiente o difficoltà psicologiche, quali tensioni familiari, lavorative ed economiche), se è transitoria o cronica.

Un’attenta diagnosi può aiutare a definire la cause scatenanti e ad adottare la giusta terapia, che può essere farmacologica, psicologica o entrambe.

Tra i trattamenti psicologici, la terapia cognitivo-comportamentale si è dimostrata molto utile per intervenire su tale condizione clinica, con risultati apprezzabili in un gran numero di pazienti.

 

 

 

Festività natalizie. Quando la festa non è festa.

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Dottoressa, non va bene. Si avvicina Natale, in giro ci sono tante luci, tante persone che corrono di qua e di là, felici, tanti pacchetti, e regali e gran sorrisi, tutti belli, eleganti, con un gran da fare, …..e anche io ne avrei di cose da fare…tra un poco arrivano un po di parenti lontani, qualche dono lo dovrei preparare anche io,  ma……non me la sento. E poi, a parte che rimando sempre e il tempo mi sta sfuggendo tra le dita, è che non ne ho proprio voglia.

 

Dalle sue parole mi sembra di capire che non trova dentro di sé la voglia, il desiderio di essere presente e attiva in questo spirito natalizio che La circonda. E’ così?

 

Si.

 

Può spiegarmi meglio?

 

E’ che mi sembra che ciò che mi circonda sia falso, irreale, a momenti. In altri momenti penso che sono io quella sbagliata, quella triste in un mondo pieno di felicità. Ma, Dottoressa, di cosa dovrei essere felice? Lei conosce i miei guai, non riesco a venirne a capo. O almeno, in alcuni periodi va meglio, come in questi ultimi mesi, ma poi arrivano queste feste dove DEVI essere felice, tutti quelli con cui parli ti dicono di farti coraggio e di sorridere, ma come faccio, se dentro sto morendo? 

 

 

Quando una persona si trova in uno stato di sofferenza o fragilità, anche a fronte di condizioni cliniche conclamate, vive quotidianamente nel disagio, senza interruzione per feste e vacanze.

Nello specifico, Natale è per tutti la Festa, sia per i credenti che per gli non crede, in quanto occasione per stare in compagnia di persone care.

Eppure non per tutti è così, per differenti ragioni. Comune a queste persone è il vissuto di estraneità, di tristezza, di vuoto e disperazione che può derivare dal  confronto tra ciò che si sta vivendo e “la normale gioia che circonda il Natale”. E’ questo gap, questa differenza percepita soggettivamente, ritenuta abissale, che attiva o riattiva pensieri negativi automatici, che a loro volta mettono in moto circoli viziosi che sono alla base di un’escalation di sofferenza.

Riconoscere le proprie vulnerabilità e cercare un sostegno professionale è un buon punto di partenza per intervenire positivamente sulla propria salute mentale.

Lavorare su di sé, in termini di pensieri ed emozioni, sulle proprie credenze, sulle personali idiosincrasie è un dono che facciamo a noi stessi, all’insegna della autopromozione di una buona qualità di vita.

Violenza verbale e violenza psicologica

La violenza verbale consiste in una serie di attacchi alla persona basati prevalentemente sul linguaggio, mirati a umiliare, denigrare, offendere l’interlocutore, in maniera diretta (insulti, urla, parole scurrili) o indiretta (svalutazione del valore personale, in toto o in relazione ad alcuni ruoli, insoddisfazione delle azioni o della condotta, biasimo).

La violenza psicologica è composta da una serie di atti comunicativi, di natura verbale e/o comportamentale, che mira sistematicamente a sgretolare il senso di sé di una persona, attraverso il dubbio, il rifiuto, la non accettazione dell’Altro, la critica spietata, l’intimidazione volta a non parlare o denigrando ogni pensiero, desiderio, volontà perché etichettati come “non appropriati”, “infantili”, “dannaggiosi”, “senza alcun valore”.

Se il linguaggio dell’uomo violento si regge su frasi esplicite (stai zitta, non capisci niente, quando parlo io tu non devi fiatare, non contraddirmi, come ti permetti di rispondermi) ed implicite (era proprio necessario?, dici solo stupidaggini, mai sentite tante fesserie, faresti meglio a misurarti le parole prima di aprire bocca), il comportamento si palesa in azioni volte a dimostrare la propria superiorità: non rispettare i turni verbali, prevaricando la libera espressione, fare occhiate di disapprovazione, sminuire pubblicamente il pensiero della donna, urlare contro di lei, dimostrare il proprio disprezzo attraverso sguardi torvi, minacciosi, volti ad intimidire e a voler comunicare la piccolezza in termini di valori, di capacità, di intelligenza della donna.

Quanto detto non si esaurisce in un confronto o in una discussione, in quanto in UN momento di ira può succedere di esagerare e poter sconfinare nel cattivo gusto, da ambo le parti.

La violenza fisica e psicologica vanno invece ascritte ad uno stile comunicativo persistente ed abitudinario, volto a demolire la donna che esprime i propri pensieri ed emozioni, motivazioni, desideri, scelte quotidiane e di vita, nei suoi ruoli di donna, di madre, di figlia, di lavoratrice, di amica, di essere umano, al fine di preservare la propria immagine di padrone, di potere assoluto, di detentore della giustizia e della verità.

Nella violenza verbale dell’uomo si ritrova il senso di vulnerabilità dello stesso: chi non sa sostenere una discussione vuole interromperla, a qualsiasi costo; chi si sente minacciato nelle sue certezze da una visione della vita differente diventa aggressivo, al fine di preservare la sua fragile identità; chi egoisticamente ricerca la propria felicità è bloccato ed infastidito da chi richiama la sua attenzione ad un progetto condiviso; chi ha costruito con fatica un equilibrio instabile si sente frustrato nel dover rivedere le proprie scelte ed aprirsi ad una visione dell’Altro come valore aggiunto piuttosto che come minaccia.

L’Altro diventa minaccia, nemico, ostacolo da superare, il mezzo è la forza bruta, verbale e non.

Nella psicologia della violenza di genere, la donna è percepita come minacciosa, è nemico, è fastidio, va schiacciata.

La strategia predominante consiste nell’attaccare e nel ridimensionare il valore della donna: la prima attraverso espressioni dirette volte a mettere con le spalle al muro l’avversario, la seconda attraverso attacchi subdoli al proprio valore personale, in privato ma molto più spesso pubblicamente, dinanzi alla famiglia d’origine, ai figli, alle amicizie, a sconosciuti.

La donna aggredita, verbalmente e psicologicamente, sperimenta in maniera cronica diverse emozioni e sviluppa nuove credenze su di sé.

Innanzitutto lo stupore: chi non è in uno stato di conflitto e riceve risposte aggressive viene spiazzato, in quanto lo stato d’animo è sintonizzato su ben altre frequenze, ad esempio quelle della mera comunicazione, dello scambio d’idee.

Si presentano successivamente sbigottimento, incredulità “cosa succede, forse non sto capendo”; ci si mette in discussione “mi sarò espressa male, avrò sbagliato”.

Poi paura e vergogna, a cui possono seguire condizioni cliniche conclamate: disturbi ansiosi, disturbi depressivi, ma anche disordini alimentari, traumi e disturbi dissociativi, alterazioni del sonno.

Tutto diventa incerto, ci si sente sempre in pericolo, la percezione di sé è caratterizzata da dubbi, inefficienza, inefficacia, senso di vuoto. L’incertezza è una costante, diminuisce il proprio valore personale, aumenta il ritiro sociale, si entra in circoli viziosi che è difficile riconoscere e interrompere.

Ci si sente inappropriata come donna, come madre, calano le performance, la voglia di mettersi in gioco, la tranquillità, l’equilibrio; ci si sente debole nel non saper rispondere, schiacciato dal peso della critica e del disprezzo; ci si sente finita, obbligata ad accettare lo stato delle cose, senza speranza.

La difficoltà maggiore di queste situazioni, da non dimenticare, deriva dal legame che esiste tra violento e vittima: chi opera questo tipo di violenza non è il passante o il vicino di casa, al quale si può reagire, ma è il compagno di vita, padre dei propri figli, è chi mangia a tavola con te, chi dorme accanto a te, è la persona con cui esci ed incontri amici, è la persona che dice di amarti, che lo fa perché ti vuole bene, per migliorarti, è chi nega di averlo fatto ed è solo pura invenzione, è chi dici che è un tuo problema perché non sai accettare le critiche.

Questo tipo di violenze, verbale e psicologiche, sono subdole, sono nascoste, lasciano ferite che non si vedono, e che comunque sanguinano, influenzano molto la modificata visione che la donna ha di sé, la sua autoimmagine, non sono facilmente comunicabili, e spesso non sono credute: non sempre l’uomo violento verbalmente e psicologicamente è anche violento fisicamente, il più delle volte sono uomini che non alzano le mani, ma esprimono tutta la loro vulnerabilità, le loro fragilità, la loro inconsistenza attraverso la mera demolizione dell’identità altrui, al fine di fare emergere la loro “piccola”persona. Senza questo meccanismo di negazione dell’Altro, loro sarebbero identità vacue, deboli, inconsistenti, avrebbero una vita psicologica molto ristretta e fragile.

Se non si fossero trasformati in carnefici, si avrebbe una visione di loro come di persone che hanno bisogno di aiuto, che necessitano di un profondo lavoro psicoterapico al fine di cogliere i significati profondi delle loro debolezze e fragilità. Invece, la maggior parte delle volte si lavora con le vittime, al fine di fornire gli strumenti utili per riconoscere lo stato di vessazioni nel quale vivono, accendere una luce di speranza verso la non ineluttabilità della situazione, per renderle nuovamente attive e padrone della loro vita.

 

 

 

 

Violenza fisica

Quanti i fatti  di cronaca che narrano storie di sofferenza, di prevaricazione, di brutalità di un essere umano su un altro suo simile, e quanti di questi fatti sono riferiti a storie che accadono all’interno della famiglia, con la stragrande maggioranza di brutalità e violenza operate dalla mano di un uomo sulla propria moglie, compagna, fidanzata, ma anche sui figli, generalmente in tenera età, ma non solo.

L’ISTAT riferisce nell’anno 2018 che la percentuale di donne vittime di violenza nel corso della loro vita  costituisce il 31,5% della popolazione femminile nel range d’età 16-70, dunque 6 milioni 788 mila, un’enormità.

Il 20% circa ha subito violenza fisica, con oltre la metà (12,6%) ad opera del partner o di un ex partner: spintoni, schiaffi, calci, pugni operati sul corpo, secondo una propria e vera aggressione, ma non solo: è operata anche attraverso la messa in atto di comportamenti offensivi su qualcosa o qualcuno a cui la persona tiene, come  figli, animali, oggetti personali. Dunque la violenza fisica comprende qualsiasi contatto fisico che mira a intimorire e controllare un’altra persona, partendo da un impedimento e una spinta fino a giungere all’aggressione fisica grave, che richiede interventi d’emergenza a carattere medico.

Dietro le statistiche che presentano il fenomeno ci sono le persone: uomini violenti che fanno valere la forza bruta, l’intimidazione, la prevaricazione, la strumentalizzazione delle relazioni, degli affetti, dei sentimenti, al fine di costruire a propria misura il mondo che li circonda, la famiglia che vogliono, non quella che vorrebbero.

Tutte le persone hanno desideri, fantasie, speranze, scopi da perseguire e raggiungere, e lungo lo scorrere della vita si operano scelte, si lavora duramente per ottenere ciò che si anela, ma con la consapevolezza che tra ciò che è e ciò che vorremmo esiste una differenza sostanziale, accettando la realtà che ci circonda e ridimensionando la visione egoistica ed egocentrica del mondo.

Gli uomini violenti no, non riescono ad operare questa distinzione, e pur di far coincidere la realtà con ciò che vogliono e che reputano giusto, sono disposti a pagare prezzi altissimi: ergersi a padrone della vita altrui, perdere la compagna di vita a favore di qualcuno da comandare, manipolare, disumanizzare. Perché la donna diventa questo: un “oggetto” senza desideri, speranze, opinioni, personalità pur di non subire violenza, ancora e ancora.

La perdita che accettano questi uomini è altissima in termini umani, ma invisibile ai loro occhi, forse frutto di apprendimenti culturali talmente radicati, maschilisti, di potere agito che rende forti, autorevoli, soddisfatti, su un piano superiore rispetto a chi deve solo obbedire, pena la punizione corporale, agita per insegnare i ruoli, i valori, la giustizia, per ridimensionare coloro che osano avere una personalità, o semplicemente per sfogare i propri mostri personali o le frustrazioni che la vita riserva loro.

Ciò che resta sono i corpi feriti, gli animi soffocati, il terrore che tutto possa succedere nuovamente, per una sciocchezza, la paura della porta di casa che si apre, l’appiattimento di sé al fine di essere compiacenti, i sensi di colpa, la vergogna, le bugie per non tradire la fiducia di chi dice di amare ma di fatto tratta la donna come un oggetto non amabile, indegno di rispetto, di fiducia, di parità, di umanità.

Quante le storie di donne che per anni hanno subito tutto questo, e non perché lo volevano.

Quando l’offesa viene dall’esterno, per una disposizione evolutiva l’essere vivente cerca riparo verso una figura di riferimento, verso qualcuno che si ama e da cui si è amati. Quando il compagno, il fidanzato oltrepassa il limite, per la donna si apre l’inferno: il non riuscire a parare i colpi, il non riuscire a difendersi, sia per una differenza di forza, ma anche per meccanismi evolutivi che si mettono in moto, come il freezing, (ossia un meccanismo di cui ci ha dotato la natura, che condividiamo con gli animali e che consiste nell’immobilità scaturita da una valutazione immediata della minaccia in termini di dimensioni, gravità e impossibilità a sottrarsi alla stessa),  l’incredulità e il dolore scaturito dall’evidenza che chi colpisce è una persona che afferma di amare, la paura e timore per la propria incolumità, ma anche per gli altri, come i figli o genitori anziani presenti in casa in quel momento, o coloro che potrebbero capire, vedendo i segni sul corpo offeso e reagire, denunciando l’aggressore.

Tutto insieme, tutto nella mente di una persona in pericolo, terribile.

E dopo la violenza, il tentativo da parte dell’uomo di dare un senso a ciò che è avvenuto, ovviamente che lo giustifica: “se tu non avessi detto, fatto,…io non avrei dovuto..”, che tutto ciò è successo per COLPA della donna, perché lei ha voluto ISTIGARLO, che lui non avrebbe mai voluto farlo, lui ha dovuto ma ora non lo farà più; si apre così un periodo di gentilezza, gesti amorevoli che convincono la donna che l’evento in sè non si ripeterà, che lui la ama, non le farà più male (fase della luna di miele), ma poi tutto ricomincia. In alcune storie questa fase non esiste: l’intimidazione è aperta, la disparità dei ruoli è sempre operante, il controllo e il comando prestabiliti, la punizione corporale una realtà conclamata.

E le donne non scappano: per paura, per sé stesse, per i figli, perché non avrebbero altro posto dove andare, per non sciogliere la famiglia, per non far parlare di sé nel paese, per vergogna, per i sensi di colpa, per un amore non equilibrato ma che è l’unica cosa che sentono di avere, per mille ragioni.

Alcuni li definiscono amori malati, altri li chiamano violenza e prevaricazione. Nel mezzo resta un gran numero di donne che arrivano in Pronto Soccorso con evidenti segni di maltrattamenti fisici non compatibili con una caduta dalle scale o con un banale incidente domestico, e tante altre donne restano in casa e coprono le offese del corpo con occhiali da sole e maglie lunghe, le offese dell’animo con il silenzio.

Violenza economica

Nell’epoca attuale le donne spesso lavorano, sono autonome finanziariamente e/o contribuiscono alle spese familiari. Grandi passi sono stati fatti, e tanti ancora ne dovremmo fare, in merito alle posizioni dirigenziali, di equità contributiva, di diritti alla genitorialità, di dignità sul posto di lavoro contro i “gentili” apprezzamenti di colleghi e superiori che si avallano del diritto “alla molestia”, ovvero apprezzamenti sulla fisicità o perfino sessuali e comportamenti allusivi o intimidatori basati su un presupposto culturale della donna oggetto.

Molte le donne che convergono le loro energie sul sistema familiare, piuttosto che quello lavorativo, creando una ricchezza differente da quella monetaria: ricchezza affettiva, emotiva, relazionale, di cura della famiglia, sostegno dei figli nello studio, negli interessi extrascolastici, cura della casa e della sua gestione, cura e sostegno dei parenti prossimi (genitori anziani e/o non autosufficienti).

Molte le donne che, pur avendo titoli di studio e professioni avviate, escono dal mondo del lavoro in maniera temporanea, per questioni di salute, piuttosto che per dare forma alla famiglia creando la vita, e che devono ricominciare da zero per ricominciare a lavorare in un mondo competitivo, saturo, molte volte in assenza di tutele, e non sempre riconquistano la propria autonomia economica in tempi brevi.

La non autonomia economica può portare la donna a trovarsi in una posizione di vulnerabilità, se il partner vive la condizione di generatore di reddito come condizione di “capo” della famiglia.

Il capo è generalmente colui che detiene il potere, la saggezza, la verità, che indirizza il proprio gruppo verso scelte di vita e valori indiscutibili, e se queste sono avvalorate dal ricatto del denaro risultano essere ancora più potenti.

Si evince una disparità nelle posizioni di uomo e donna notevoli, dove il primo è produttivo, è padrone del proprio denaro generato dal proprio lavoro, mentre la donna in casa non ha niente, non lavora, consuma solo soldi guadagnati con il sudore.

Se questi uomini si fermassero e vedessero con occhi diversi lo stare in casa della donna: cura della casa (spesa, cucina, commissioni), dalle faccende quotidiane (letti, piatti, lavatrici) a quelle straordinarie (cambio armadi, pulizie primaverili,etc), dalla cura materiale dei figli (alimentazione, igiene, studio) a quella affettiva (relazione con i pari, uso/abuso della tecnologia e di sostanze, rapporto con la scuola); l’organizzazione, gestione, buon funzionamento di questa gigantesca macchina sempre in attività. Il ruolo di moglie, oltre che di madre, di compagna di vita che leviga le incomprensioni, i conflitti, i dispiaceri, e crea momenti di benessere e convivialità per rinsaldare i legami familiari all’insegna della piacevolezza.

Un lavoro immane, che però non genera moneta; e pertanto non valorizzato, nei casi più insidiosi disconosciuto, negato, deriso, umiliato.

Quando una donna deve rendere spiegazione di come ha speso il badget mensile, e deve rendere conto di ogni singolo euro, quando una donna non può gestire i soldi della famiglia perchè l’uomo deve controllare minuziosamente le entrate e le uscite, quando viene criticata la gestione del denaro attraverso sottili allusioni allo sperpero, al buttare al vento le fatiche altrui, quando “hai le mani bucate”, quando “spendi troppo per i tuoi figli”, “che hai fatto oggi? hai speso i miei soldi per farti i capelli”, e dalle allusioni si passa al denigrare apertamente la donna che non sa fare la spesa, che si fa attirare dalle frivolezze, che non è in grado di effettuare buone scelte nel quotidiano, che non è una buona moglie né una buona madre (cosa insegni ai tuoi figli? non insegni il valore dei soldi, del sudore, della fatica), fino ad arrivare a coloro che sono aggredite fisicamente, insultate con urla e spinte dinanzi ai propri figli, nelle settimane, nei mesi e negli anni.

Quando la violenza economica si accompagna a quella fisica, è più facile riconoscerla in quanto tale, perchè è manifesta, anche se non è più semplice da elaborare: chi subisce violenza sistematica, specie in famiglia, è pervasa da sentimenti di impotenza, di colpa, vergogna, inadeguatezza.

Più difficile è la violenza economica latente, che forse è la più insidiosa: esistono uomini che esprimono la propria rabbia verso la donna attraverso sistemi comunicativi più velati, ad esempio verbalmente asseriscono dinanzi amici e parenti che il loro rapporto è paritario, che il portafoglio lo gestisce la moglie, che è libera di gestire le proprie spese liberamente, ma con oculatezza; ma nelle mura di casa tutto cambia: se è pur vero che la donna può gestire in autonomia, deve rendere conto delle spese fatte, sottostare alle critiche, ai “suggerimenti” del marito che riscontra sperperi e “vuoti” non spiegabili, che istruisce la donna a “migliorare” il proprio rapporto con il denaro, come si fa con i bambini, continuamente, costantemente.

Questo stato delle cose pone la donna in una posizione non paritaria con l’uomo, subalterna, alimentando insicurezze, autocritica, sensi di colpa, vergogna, inadeguatezza, facendo restringere lo spazio di vita e d’azione della donna, isolandosi e mantenendo un profilo basso di essere umano ( non comprando libri, vestiti, non andando a vedere una mostra, non prendendo un caffè al bar con un’amica), al fine di avvicinarsi quanto più possibile allo scopo ultimo, ossia quello di non deludere le aspettative del partner, e pertanto di essere degna d’amore e di rispetto.

Entrare in questo circuito è sottostimato, si compiono omissioni verso la propria dignità in maniera ingenua, giustificando le aspettative altrui e mettendosi in discussione (forse questo mese ho speso troppo; in effetti fare un po di economia non guasta), ma ben presto questo meccanismo virtuoso diventa una spirale perversa che intrappola e rende schiave.

Quando ci tiriamo indietro dinanzi all’ennesimo acquisto perchè ci dispiace spendere i soldi della famiglia, quando nel nostro armadio i vestiti sono consumati e non ne acquistiamo altri per timore di essere giudicate, quando, pur essendo amanti della lettura, non compriamo un libro da anni, quando non ci confidiamo con un’altra donna su atteggiamenti del partner che ci hanno ferito, quando cerchiamo di far crescere i soldi a disposizione facendo autocensura dei nostri desideri, anche quelli più economicamente sostenibili, c’è qualcosa che non va, ed è bene confrontarci con un professionista della salute mentale, anche online gratuitamente, al fine di comprendere come stanno le cose.

Lo dobbiamo a noi stesse e a chi non ha saputo reagire alla violenza e ora non può farlo più.

 

 

Violenza sulle donne (aspettando il 25 novembre)

Il 25 Novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. E’ una data importante, istituita per parlare di questo fenomeno distribuito in tutto il mondo, indipendentemente da ceto sociale, istruzione, cultura, etnia, età.

La definizione di violenza secondo il vocabolario Treccani cita: “tendenza abituale a usare la forza fisica in modo brutale o irrazionale, facendo anche ricorso a mezzi di offesa, al fine di imporre la propria volontà e di costringere alla sottomissione, coartando la volontà altrui sia di azione, sia di pensiero e di espressione, o anche come modo incontrollato di sfogare i propri moti istintivi e passionali”.

In questa definizione c’è tutto: la fisicità della violenza, l’offesa corporale, il danno subito dalla vittima, ma anche l’aspetto squisitamente psicologico del violento: l’intenzione di arrecare il danno, l’indifferenza e la mancanza di empatia verso la vittima designata, l’impotenza di chi agisce violenza dinanzi ad un confronto comunicativo non sostenibile, per diversi motivi, che trasforma l’interazione in sopraffazione, in costrizione, in sottomissione, in eliminazione e annientamento di una diversa volontà a qualunque costo, pur di raggiungere il proprio obiettivo.

Tutto ciò si declina in diversi aspetti, e pertanto diversi tipi di violenza, che possono essere copresenti, o meno, e a diversi livelli di espressione e gravità.

Essendo l’argomento molto ampio, ed essendo molto importante argomentare ogni aspetto del fenomeno in maniera approfondita, in queste settimane che verranno, affronteremo ogni variabile separatamente:

violenza psicologica

violenza sessuale

violenza fisica

violenza economica

violenza verbale.

A voi lettori dedico questo mio breve lavoro sulla violenza, nella speranza che sia uno spunto di riflessione sulla qualità delle relazioni che si intrattengono con mariti, fidanzati, padri, estranei, ma anche mogli, fidanzate, madri.

Perché una donna consapevole è una donna forte, nonostante tutto, e un uomo che si interroga sul modo in cui interagisce con le donne è un uomo saggio.

 

Pensieri che non danno pace. Risposta a Francesca

Ovviamente Francesca è un nome arbitrario, inventato, ciò che è reale è la domanda che mi è stata posta, alla quale dò una risposta pubblica in quanto ritengo possa essere utile, o almeno fonte di riflessione per alcuni.

“Dottoressa, mentre sbrigo le mie faccende quotidiane, spesso perdo , come dire, il filo. Provo a spiegarmi meglio: sto sistemando la casa prima di uscire per sbrigare alcune commissioni, sa le solite cose, letto, piatti….e ad un certo punto guardo l’orologio ed è già arrivato mezzogiorno, e non mi capacito di come sia volato il tempo e io non ho nemmeno terminato di rassettare casa. Eppure non ho una casa grande, dispersiva, e nemmeno un gran disordine di quello che non sai da dove iniziare…allora penso a come sono andate le cose, cosa ho fatto…e mi rendo conto che non ho fatto altro che pensare tutto il giorno…..Come faccio a non pensare?”.

La domanda posta da Francesca appare un paradosso: come non pensare. E’ possibile per un essere umano, dotato di una mente pensante, bloccare questa attività, come se ci fosse un interruttore nascosto da azionare o, viceversa, da disattivare a piacimento? La risposta è no, non esiste.

Noi siamo esseri pensanti, l’attività stessa della mente è relativa al pensiero stesso, anche se per utilità siamo abituati a definirla in vari modi: ragionamento, desiderio, valutazione, giudizio,strategia, soluzione a un problema.

Anche quando dormiamo la nostra mente è attiva, anche se a livelli differenti e in maniera inconscia, e questa attività è possibile riscontrarla nei sogni: tutti noi sogniamo, anche se alcuni non ricordano di averlo fatto.

Cosa sono allora questi pensieri di cui parla Francesca? E’ una patologia?

Innanzitutto è bene chiarire il concetto di patologia. Non esiste una condizione di benessere e una di malattia, bensì esiste un continuum, una linea immaginaria dove sono poste queste condizioni agli estremi e lungo la quale, in base alla presenza di determinate variabili (ambiente, stress, situazioni, stato di salute) si trova una persona in diversi momenti della sua quotidianità, o in prospettiva, della sua vita.

Ora, esistono delle condizioni relative al pensiero che, per presenza, pervasività, durata, gravità, possono configurarsi in condizioni cliniche conclamate (Disturbo ossessivo, disturbo d’ansia generalizzato, disturbo delirante, disturbo paranoide, etc), ma prima di collocare una persona in una determinata categoria diagnostica è bene effettuare un’indagine accurata al fine di porre, altrimenti escludere, una diagnosi.

Nel caso di Francesca, dopo un lavoro approfondito di assessment, è emerso che, al di là dell’etichetta diagnostica, si era instaurato un “circolo vizioso” tale che, da un pensiero emerso in maniera spontanea, relativo ad una situazione familiare in atto, si innescavano una serie di pensieri tali da impegnare la sua mente in questo lavoro di ipotesi, argomentazioni, valutazioni, giudizi, tentativi di trovare una soluzione e che lasciavano il corpo a “lavorare da solo”, in maniera automatica, abbandonando i concetti di spazio e di tempo, pur lasciando Francesca attiva.

Il timore presente era quello che tale perdita di contatto con la realtà potesse essere un sintomo relativo ad uno stato organico (inizio di demenza, presenza di un tumore al cervello, etc) oppure un segnale di imminente pazzia, e questo aggravava notevolmente il lavorio mentale, lasciando Francesca esausta a fine giornata, incidendo altresì sulla qualità del suo sonno.

Senza dilungarmi sulla terapia effettuata, ciò che in questo mio post intendo sottolineare è che la mente pensa, e in questa sua attività naturale può incappare in circoli viziosi che mantengono la sofferenza percepita dal soggetto e che a sua volta, tali circoli viziosi sono mantenuti attivi e rinforzati da fattori di mantenimento, che di per se sono tentativi di indagine (presenza o segnali di malattia), tentativi di soluzione (non devo pensare, come posso fare per non pensare) che però sortiscono l’effetto contrario a quello sperato.

In simili casi, la cosa più utile da fare è cercare una soluzione a carattere specialistico, psicoterapico, al fine di comprendere ed intervenire in maniera efficace sulla problematica in atto e trovare e apprendere quali strategie si rivelano utili per il singolo soggetto, in quanto ciò che funziona per uno non è detto che funzioni per l’altro.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale funziona come un laboratorio dove sono presenti 2 esperti: il primo è colui che è portatore di una soggettività che presenta un disagio, il secondo è il terapeuta che conosce la teoria e la tecnica con la quale è possibile intervenire efficacemente su determinati funzionamenti mentali ed emotivi. Solo la sinergia delle competenze e il gioco di squadra può dare luogo, dopo un lavoro approfondito, ai risultati definiti in maniera congiunta all’inizio del lavoro psicoterapico.

Concludendo, non si può fermare la mente a piacimento, bensì si possono trovare strategie utili, dopo una comprensione oggettiva del fenomeno in atto, al fine di uscire dal circolo vizioso e ritrovare un equilibrio del flusso dei pensieri.