Violenza verbale e violenza psicologica

La violenza verbale consiste in una serie di attacchi alla persona basati prevalentemente sul linguaggio, mirati a umiliare, denigrare, offendere l’interlocutore, in maniera diretta (insulti, urla, parole scurrili) o indiretta (svalutazione del valore personale, in toto o in relazione ad alcuni ruoli, insoddisfazione delle azioni o della condotta, biasimo).

La violenza psicologica è composta da una serie di atti comunicativi, di natura verbale e/o comportamentale, che mira sistematicamente a sgretolare il senso di sé di una persona, attraverso il dubbio, il rifiuto, la non accettazione dell’Altro, la critica spietata, l’intimidazione volta a non parlare o denigrando ogni pensiero, desiderio, volontà perché etichettati come “non appropriati”, “infantili”, “dannaggiosi”, “senza alcun valore”.

Se il linguaggio dell’uomo violento si regge su frasi esplicite (stai zitta, non capisci niente, quando parlo io tu non devi fiatare, non contraddirmi, come ti permetti di rispondermi) ed implicite (era proprio necessario?, dici solo stupidaggini, mai sentite tante fesserie, faresti meglio a misurarti le parole prima di aprire bocca), il comportamento si palesa in azioni volte a dimostrare la propria superiorità: non rispettare i turni verbali, prevaricando la libera espressione, fare occhiate di disapprovazione, sminuire pubblicamente il pensiero della donna, urlare contro di lei, dimostrare il proprio disprezzo attraverso sguardi torvi, minacciosi, volti ad intimidire e a voler comunicare la piccolezza in termini di valori, di capacità, di intelligenza della donna.

Quanto detto non si esaurisce in un confronto o in una discussione, in quanto in UN momento di ira può succedere di esagerare e poter sconfinare nel cattivo gusto, da ambo le parti.

La violenza fisica e psicologica vanno invece ascritte ad uno stile comunicativo persistente ed abitudinario, volto a demolire la donna che esprime i propri pensieri ed emozioni, motivazioni, desideri, scelte quotidiane e di vita, nei suoi ruoli di donna, di madre, di figlia, di lavoratrice, di amica, di essere umano, al fine di preservare la propria immagine di padrone, di potere assoluto, di detentore della giustizia e della verità.

Nella violenza verbale dell’uomo si ritrova il senso di vulnerabilità dello stesso: chi non sa sostenere una discussione vuole interromperla, a qualsiasi costo; chi si sente minacciato nelle sue certezze da una visione della vita differente diventa aggressivo, al fine di preservare la sua fragile identità; chi egoisticamente ricerca la propria felicità è bloccato ed infastidito da chi richiama la sua attenzione ad un progetto condiviso; chi ha costruito con fatica un equilibrio instabile si sente frustrato nel dover rivedere le proprie scelte ed aprirsi ad una visione dell’Altro come valore aggiunto piuttosto che come minaccia.

L’Altro diventa minaccia, nemico, ostacolo da superare, il mezzo è la forza bruta, verbale e non.

Nella psicologia della violenza di genere, la donna è percepita come minacciosa, è nemico, è fastidio, va schiacciata.

La strategia predominante consiste nell’attaccare e nel ridimensionare il valore della donna: la prima attraverso espressioni dirette volte a mettere con le spalle al muro l’avversario, la seconda attraverso attacchi subdoli al proprio valore personale, in privato ma molto più spesso pubblicamente, dinanzi alla famiglia d’origine, ai figli, alle amicizie, a sconosciuti.

La donna aggredita, verbalmente e psicologicamente, sperimenta in maniera cronica diverse emozioni e sviluppa nuove credenze su di sé.

Innanzitutto lo stupore: chi non è in uno stato di conflitto e riceve risposte aggressive viene spiazzato, in quanto lo stato d’animo è sintonizzato su ben altre frequenze, ad esempio quelle della mera comunicazione, dello scambio d’idee.

Si presentano successivamente sbigottimento, incredulità “cosa succede, forse non sto capendo”; ci si mette in discussione “mi sarò espressa male, avrò sbagliato”.

Poi paura e vergogna, a cui possono seguire condizioni cliniche conclamate: disturbi ansiosi, disturbi depressivi, ma anche disordini alimentari, traumi e disturbi dissociativi, alterazioni del sonno.

Tutto diventa incerto, ci si sente sempre in pericolo, la percezione di sé è caratterizzata da dubbi, inefficienza, inefficacia, senso di vuoto. L’incertezza è una costante, diminuisce il proprio valore personale, aumenta il ritiro sociale, si entra in circoli viziosi che è difficile riconoscere e interrompere.

Ci si sente inappropriata come donna, come madre, calano le performance, la voglia di mettersi in gioco, la tranquillità, l’equilibrio; ci si sente debole nel non saper rispondere, schiacciato dal peso della critica e del disprezzo; ci si sente finita, obbligata ad accettare lo stato delle cose, senza speranza.

La difficoltà maggiore di queste situazioni, da non dimenticare, deriva dal legame che esiste tra violento e vittima: chi opera questo tipo di violenza non è il passante o il vicino di casa, al quale si può reagire, ma è il compagno di vita, padre dei propri figli, è chi mangia a tavola con te, chi dorme accanto a te, è la persona con cui esci ed incontri amici, è la persona che dice di amarti, che lo fa perché ti vuole bene, per migliorarti, è chi nega di averlo fatto ed è solo pura invenzione, è chi dici che è un tuo problema perché non sai accettare le critiche.

Questo tipo di violenze, verbale e psicologiche, sono subdole, sono nascoste, lasciano ferite che non si vedono, e che comunque sanguinano, influenzano molto la modificata visione che la donna ha di sé, la sua autoimmagine, non sono facilmente comunicabili, e spesso non sono credute: non sempre l’uomo violento verbalmente e psicologicamente è anche violento fisicamente, il più delle volte sono uomini che non alzano le mani, ma esprimono tutta la loro vulnerabilità, le loro fragilità, la loro inconsistenza attraverso la mera demolizione dell’identità altrui, al fine di fare emergere la loro “piccola”persona. Senza questo meccanismo di negazione dell’Altro, loro sarebbero identità vacue, deboli, inconsistenti, avrebbero una vita psicologica molto ristretta e fragile.

Se non si fossero trasformati in carnefici, si avrebbe una visione di loro come di persone che hanno bisogno di aiuto, che necessitano di un profondo lavoro psicoterapico al fine di cogliere i significati profondi delle loro debolezze e fragilità. Invece, la maggior parte delle volte si lavora con le vittime, al fine di fornire gli strumenti utili per riconoscere lo stato di vessazioni nel quale vivono, accendere una luce di speranza verso la non ineluttabilità della situazione, per renderle nuovamente attive e padrone della loro vita.

 

 

 

 

Pensieri che non danno pace. Risposta a Francesca

Ovviamente Francesca è un nome arbitrario, inventato, ciò che è reale è la domanda che mi è stata posta, alla quale dò una risposta pubblica in quanto ritengo possa essere utile, o almeno fonte di riflessione per alcuni.

“Dottoressa, mentre sbrigo le mie faccende quotidiane, spesso perdo , come dire, il filo. Provo a spiegarmi meglio: sto sistemando la casa prima di uscire per sbrigare alcune commissioni, sa le solite cose, letto, piatti….e ad un certo punto guardo l’orologio ed è già arrivato mezzogiorno, e non mi capacito di come sia volato il tempo e io non ho nemmeno terminato di rassettare casa. Eppure non ho una casa grande, dispersiva, e nemmeno un gran disordine di quello che non sai da dove iniziare…allora penso a come sono andate le cose, cosa ho fatto…e mi rendo conto che non ho fatto altro che pensare tutto il giorno…..Come faccio a non pensare?”.

La domanda posta da Francesca appare un paradosso: come non pensare. E’ possibile per un essere umano, dotato di una mente pensante, bloccare questa attività, come se ci fosse un interruttore nascosto da azionare o, viceversa, da disattivare a piacimento? La risposta è no, non esiste.

Noi siamo esseri pensanti, l’attività stessa della mente è relativa al pensiero stesso, anche se per utilità siamo abituati a definirla in vari modi: ragionamento, desiderio, valutazione, giudizio,strategia, soluzione a un problema.

Anche quando dormiamo la nostra mente è attiva, anche se a livelli differenti e in maniera inconscia, e questa attività è possibile riscontrarla nei sogni: tutti noi sogniamo, anche se alcuni non ricordano di averlo fatto.

Cosa sono allora questi pensieri di cui parla Francesca? E’ una patologia?

Innanzitutto è bene chiarire il concetto di patologia. Non esiste una condizione di benessere e una di malattia, bensì esiste un continuum, una linea immaginaria dove sono poste queste condizioni agli estremi e lungo la quale, in base alla presenza di determinate variabili (ambiente, stress, situazioni, stato di salute) si trova una persona in diversi momenti della sua quotidianità, o in prospettiva, della sua vita.

Ora, esistono delle condizioni relative al pensiero che, per presenza, pervasività, durata, gravità, possono configurarsi in condizioni cliniche conclamate (Disturbo ossessivo, disturbo d’ansia generalizzato, disturbo delirante, disturbo paranoide, etc), ma prima di collocare una persona in una determinata categoria diagnostica è bene effettuare un’indagine accurata al fine di porre, altrimenti escludere, una diagnosi.

Nel caso di Francesca, dopo un lavoro approfondito di assessment, è emerso che, al di là dell’etichetta diagnostica, si era instaurato un “circolo vizioso” tale che, da un pensiero emerso in maniera spontanea, relativo ad una situazione familiare in atto, si innescavano una serie di pensieri tali da impegnare la sua mente in questo lavoro di ipotesi, argomentazioni, valutazioni, giudizi, tentativi di trovare una soluzione e che lasciavano il corpo a “lavorare da solo”, in maniera automatica, abbandonando i concetti di spazio e di tempo, pur lasciando Francesca attiva.

Il timore presente era quello che tale perdita di contatto con la realtà potesse essere un sintomo relativo ad uno stato organico (inizio di demenza, presenza di un tumore al cervello, etc) oppure un segnale di imminente pazzia, e questo aggravava notevolmente il lavorio mentale, lasciando Francesca esausta a fine giornata, incidendo altresì sulla qualità del suo sonno.

Senza dilungarmi sulla terapia effettuata, ciò che in questo mio post intendo sottolineare è che la mente pensa, e in questa sua attività naturale può incappare in circoli viziosi che mantengono la sofferenza percepita dal soggetto e che a sua volta, tali circoli viziosi sono mantenuti attivi e rinforzati da fattori di mantenimento, che di per se sono tentativi di indagine (presenza o segnali di malattia), tentativi di soluzione (non devo pensare, come posso fare per non pensare) che però sortiscono l’effetto contrario a quello sperato.

In simili casi, la cosa più utile da fare è cercare una soluzione a carattere specialistico, psicoterapico, al fine di comprendere ed intervenire in maniera efficace sulla problematica in atto e trovare e apprendere quali strategie si rivelano utili per il singolo soggetto, in quanto ciò che funziona per uno non è detto che funzioni per l’altro.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale funziona come un laboratorio dove sono presenti 2 esperti: il primo è colui che è portatore di una soggettività che presenta un disagio, il secondo è il terapeuta che conosce la teoria e la tecnica con la quale è possibile intervenire efficacemente su determinati funzionamenti mentali ed emotivi. Solo la sinergia delle competenze e il gioco di squadra può dare luogo, dopo un lavoro approfondito, ai risultati definiti in maniera congiunta all’inizio del lavoro psicoterapico.

Concludendo, non si può fermare la mente a piacimento, bensì si possono trovare strategie utili, dopo una comprensione oggettiva del fenomeno in atto, al fine di uscire dal circolo vizioso e ritrovare un equilibrio del flusso dei pensieri.

 

 

Scuola…si ricomincia!!! Che paura

Per alcuni riparte la scuola, per altri inizia una nuova avventura attraverso l’ingresso nel mondo scuola.

Sia per chi riprende il percorso scolastico, sia per chi vi si affaccia per la prima volta, la scuola non rappresenta solo ore trascorse in un edificio ad apprendere delle nozioni, ma è un esperienza più complessa che racchiude molti altri elementi.

Vi sono componenti personali, relazionali, sociali in atto.

Oltre ad imparare, a scuola si conoscono nuove persone, adulti e coetanei, e si riprendono relazioni interrotte dalle vacanze estive, alcune positive, altre conflittuali. D’altronde, chi non ha avuto esperienza di un insegnante severo o di un compagno che esagerava e che non ci stava molto simpatico?

A questo si aggiungono previsioni su : compiti, studio, impegno, l’idea di un anno chiuso in una stanza mentre i nostri giorni spensierati divengono sempre meno vita vissuta e sempre più ricordi…

Perché così come esiste per gli adulti la malinconia da vacanza terminata, che per alcuni può assumere i connotati di una vera e propria sindrome, con sintomi emotivi, cognitivi, comportamentali e fisiologici, lo stesso vale per i bambini e i ragazzi.

E così succede che davanti ai cancelli di scuola, in attesa che suoni la campanella, si ascoltino racconti di mal di pancia, mal di testa, malumori, comportamenti oppositivi, e si leggono occhi impauriti, fissi su un punto, ad indicare l’atteggiamento di chi, invece di vivere il momento con curiosità e felicità nell’incontrare un nuovo compagno o ritrovarne uno lasciato a Giugno, è tutto concentrato ad anticipare mentalmente situazioni ritenute spiacevoli o pericolose, a rimuginare sulle conseguenze negative di eventuali performance scolastiche fallite, su come i maestri potrebbero proporre attività difficoltose rispetto alle quali ci si autovaluta in maniera negativa, e via dicendo.

Niente scenari apocalittici per i genitori, siamo in piena attività ansiogena.

Di per sé, la presenza dell’ansia non è patologica: questa emozione è stata predisposta dalla natura proprio con l’intento di prepararci all’azione, e l’attività fisiologica che è un tutt’uno con il vissuto emotivo pone le basi per la riuscita evolutiva dell’emozione stessa.

Il problema dell’attivazione fisiologica dell’ansia è che è spiacevole: mal di pancia, mal di testa, vomito, respiro corto o affannoso, tremore agli arti, palpitazioni, sudorazione, vertigini, sono tutti sintomi che ci inducono a valutare la situazione contingente come spiacevole, pericolosa, qualcosa di cui preoccuparci.

A questo punto il ruolo genitoriale diviene fondamentale: se un bambino vive l’ansia per il rientro a scuola, siamo dinanzi ad una catastrofizzazione dell’evento, e la differenza la fa l’atteggiamento dell’adulto.

Innanzitutto è necessario indagare senza porre enfasi e farsi prendere dal panico: da una parte arricchiamo il paniere delle informazioni al fine di escludere una reale condizione di malattia (ad es. una costipazione gastrointestinale o un principio di influenza), dall’altra trasmettiamo sicurezza e vicinanza.

In secondo luogo si presta attenzione ad un momento di difficoltà dell’Altro: sentirsi accudito in una situazioni di disagio comporta di per sè un notevole miglioramento, e attraverso l’ascolto partecipe e la condivisione il disagio percepito non è più concentrato in una persona sola, ma è diviso con chi è affettivamente vicino e, quindi, meno gravoso.

Infine, è importante normalizzare la problematica emersa: accogliendo la narrazione dell’Altro, fornendo comprensione e racconti di una situazione analoga vissuta, individuando insieme scenari alternativi di ciò che probabilmente si incontrerà.

L’importante è non sminuire il vissuto emerso, frasi del tipo “Non fare così, non preoccuparti, è stupido affrontare in questo modo la scuola” e via dicendo, non migliorano la situazione: le preoccupazioni non si mandano via a comando, ma si affrontano; il giudizio su una preoccupazione può far emergere vissuti di inadeguatezza e abbassare il livello di autostima; il disagio cognitivo ed emotivo verso una situazione temuta può trasformarsi in una problematica conclamata sé non affrontata con chiarezza, trasformando fantasmi in qualcosa di tangibile.

Può succedere che i genitori si sentano inadeguati nell’affrontare la situazione, o andare nel panico insieme ai figli, e questo può succedere per molti motivi differenti: carattere, temperamento, sentimenti di inadeguatezza o per vissuti emotivi analoghi di episodi del passato che hanno lasciato il segno. Qualsiasi sia il motivo individuato è bene armarsi ed affrontare questi eventuali limiti individuati, tenendo ben presente che il proprio figlio sta vivendo una situazione di disagio nel momento presente, ed è necessaria una azione contingente che non sempre coincide con analisi profonde e lavori psicologici personali lunghi.

E’ necessario riappropriarsi nel momento presente del proprio ruolo genitoriale, attraverso la presenza e la vicinanza “ora”, mettendo in stand-by le proprie insicurezze e assumendo un ruolo di guida, di riferimento, di presenza attiva e positiva, al fine di gestire al meglio la situazione emersa, che potrebbe non limitarsi al primo giorno di scuola, ma protrarsi per un periodo più o meno lungo, in base alla gravità della situazione stessa.

Se il ruolo genitoriale non risulta efficace, piuttosto che caricarsi di sentimenti negativi legati a impotenza, inefficacia, sensi di colpa e rabbia verso sè stessi, è più indicato chiedere un aiuto professionale che sostenga l’adulto in questo ruolo di per sé mai semplice, al fine di gestire al meglio la dinamica in atto.

La terapia cognitivo comportamentale risulta particolarmente utile in questi casi, perché di per sé è una terapia breve, strategica, aiuta ad acquisire in maniera consapevole strategie di coping per gestire le difficoltà, oltre a lavorare su aspetti più profondi e strutturati della personalità.

 

Vittime di Narciso. La Sindrome da Abuso Narcisistico

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Non è insolito leggere di Disturbi di Personalità su libri, riviste, internet, servizi televisivi. Tali disturbi sono descritti come costellazioni di personalità ben delineate, che generalmente comportano conseguenze significative nella qualità di vita di chi ne soffre e nelle relazioni sociali che tali soggetti instaurano, e sono caratterizzate da quadri emotivi, comportamentali, cognitivi e relazionali tipici per ogni disturbo. Molta la ricerca scientifica, molta la letteratura al riguardo, al fine di pervenire a modelli di intervento efficienti ed efficaci.

Un esempio è dato dal Disturbo Narcisistico di personalità: tali soggetti si sentono superiori, esigono ammirazione e sono scarsamente empatici; credono che il loro valore sia altissimo, grandioso, che i loro bisogni siano antecedenti a quelli degli altri e, pertanto, autorizzati a pretendere, sfruttare, offendere, calpestare gli altri, che di contro ritengono di poco valore, di secondo ordine. I soggetti narcisistici sono generalmente auto-centrati, arroganti, egoisti, si sentono superiori e invidiati.

Ma quali conseguenze affronta chi entra in contatto con questi soggetti ? Cosa può comportare entrare in relazione con una persona che soffre di un quadro clinico importante come quello di un disturbo di personalità?

In America è stato introdotto un nuovo disturbo, la Sindrome da Abuso Narcisistico (Narcissistic Abuse Syndrome), anche se ancora non riconosciuto ufficialmente, che a parere dei professionisti del settore Salute Mentale mira a dare dignità e comprensione ad un quadro sintomatologico rilevabile in soggetti vittime di narcisisti e che non sono ascrivibili alle caratteristiche di personalità del soggetto stesso.

Può accadere che persone con una sana vita relazionale stabiliscano rapporti sentimentali con persone che mentono, manipolano, abusano al punto da provocare un livello di stress talmente elevato da attivare tutta una serie di conseguenze:

  • sentimenti di tristezza fino alla disperazione

  • stato di ipervigilanza con conseguente ansia e paura

  • cambiamenti d’umore repentini, con predisposizione all’irritabilità, rabbia, vergogna, sensi di colpa, autoaccusa

  • stati mentali di dubbio percettivo, negazione, incredulità

  • difficoltà di concentrazione, con conseguente derealizzazione

  • isolamento sociale

  • perdita di controllo in diverse aree (personale, familiare, lavorativa).

La sintomatologia descritta appare simile a quella riscontrabile nel Disturbo post Traumatico da Stress (che può prendere avvio dal vivere esperienze forti e sconvolgenti, come terremoti, incidenti mortali, guerre, violenze fisiche e sessuali), ciò che varia è la causa attivante il disturbo.

Nella Sindrome da Abuso Narcisistico è la relazione abusante a dare il via al quadro sintomatologico (non deriva da caratteristiche psicologiche preesistenti nella vittima), è sempre caratterizzata da una forma di dipendenza indotta dal soggetto abusante, soprattutto con caratteristiche di personalità narcisista o psicopatica.

Sempre in America, sono stati compiuti studi relativi alle modificazioni cerebrali determinate da relazioni di tipo narcisistico come fonte primaria di stress, al fine di avvalorare quanto emerso in clinica.

D’altronde lo stress, indipendentemente dalla causa, comporta modificazioni negative significative su corpo e mente, deteriorandoli e influendo sulla qualità di vita e sul futuro: lo stress cronico può modificare le dimensioni del cervello, le sue strutture, il suo funzionamento ed è in grado di modificare anche il patrimonio genetico. In particolare lo stress cronico influisce sull’aumento delle connessioni cerebrali della paura e dell’aumento del rilascio di cortisolo, con 2 conseguenze importanti: diminuzione dei segnali elettrici nell’ippocampo (sede di apprendimento, memoria, controllo allo stress) e perdita di connessioni sinaptiche tra i neuroni e contrazione della corteccia prefrontale (zona del cervello coinvolta in concentrazione, decisione, giudizio, interazione sociale).

Dunque, la relazione con un soggetto abusante, con un disturbo di personalità narcisistico, può lasciare segni importanti sulla psiche di una persona, segni che non vanno nascosti, sottaciuti, negati, ma ascoltati e valutati presso specialisti della salute mentale, al fine di intervenire tempestivamente con percorsi di psicoterapia efficaci che riescano a dare voce, accettazione, sostegno, aiuto concreto ai sorprusi subiti e nuova linfa vitale.

Ansia normale e patologica

L’ansia, di per sé, è un’emozione primaria, innata,  indipendente dal contesto d’apprendimento e culturale (famosi gli studi sulle espressioni facciali legate alle emozioni in bambini molto piccoli), presente nel bambino già verso l’ottavo mese di vita, dove si presenta come paura dell’estraneo.

Come tutte le emozioni, ha un forte valore comunicativo e sociale, basata sull’impronta evolutiva di predisposizione di una risposta adeguata e adattiva agli stimoli presenti nell’ambiente. Aumento battito cardiaco, sudorazione, iperventilazione, tremori e tensione muscolari risultano essere aggiustamenti fisiologici avviati da un comando a carattere del sistema nervoso centrale per favorire nell’organismo una risposta di tipo “attacca, scappa o immobilizzati” dinanzi ad un pericolo.

Dunque l’ansia prepara un organismo a reagire ad una minaccia, in maniera immediata, non ragionata, in quanto il ragionamento, seppur in forma ridotta, comporta un impegno di tempo che l’organismo non si può permettere dinanzi ad un pericolo imminente.

Questa argomentazione ci illumina su come tra l’uomo e gli altri mammiferi vi sia una linea di continuità: basti pensare alle reazioni fulminee che siamo abituati ad osservare nei documentari naturalistici, dove la preda “scatta” alla percezione del minimo movimento da parte del predatore, e come questi compia movimenti quasi impercettibili al fine di avvicinarsi quanto più possibile alla preda presa di mira.

Le reazioni fisiologiche che sono presenti nell’ansia trovano spiegazione e comprensione nella dinamica sopra citata: l’organismo che percepisce la minaccia attiva in un tempo limitatissimo tutte le risorse di cui dispone per fronteggiare il pericolo o per scappare, dunque l’ossigeno deve essere presente in gran quantità per irradiare ogni parte del corpo, il cuore deve pompare tutto l’ossigeno necessario, ogni muscolo deve essere pronto e teso, la concentrazione massima per percepire minimi variazioni nell’ambiente circostante.

Eppure l’emozione in generale, e in questo caso l’ansia, si avvale di una componente cognitiva, un giudizio iniziale, ciò che R. Lazarus (1966) chiama “valutazione primaria”, che consiste nel riconoscimento di una situazione come minaccia e nella valutazione della probabilità, l’immediatezza e il grado di possibile conseguente danno. Se tale giudizio è notevolmente negativo, l’organismo non prova a fuggire, in quanto la fuga risulterebbe inutile, ma “si congela” (freezing), basandosi sull’assunto che, sempre prendendo come esempio il mondo animale, il predatore non si cibi di animali morti, per non ingerire cibo avariato, compromettendo la propria esistenza.

Questo tipo di reazione, il freezing, seppur difficilmente trova applicazione nel genere umano odierno, in quanto non è comune il cannibalismo, si può riscontrare in diverse situazioni ansiogene, in quanto le reazioni emotive sono state inglobate nel nostro cervello dei nostri antenati preistorici milioni di anni fa, consolidate nelle strutture limbiche nella parte più profonda e antica del telencefalo e correlate alle funzioni fondamentali per la conservazione della specie.

Dunque l’ansia è un’emozione importante, ma si presenta all’esperienza soggettiva come tendenzialmente spiacevole: se una lieve tensione che accompagna l’azione può essere sopportata e gestita nel breve periodo, un’ansia forte dà luogo a forti sensazioni fisiologiche che, insieme ad una valutazione primaria negativa e ad un tempo maggiore di persistenza, può produrre sensazioni estremamente sgradevoli ed insopportabili.

E’ ciò che si sperimenta nell’ansia forte e nell’ansia patologica (attacchi di panico, disturbo da panico, agorafobia, ipocondria, ansia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo, ansia specifica, ansia generalizzata).

La prima può verificarsi in presenza di forti minacce di pericolo o laddove si valuti un evento particolarmente grave, immediato, comportante gravi conseguenze: maggiore è la minaccia, maggiore sono le risorse messe in campo per fronteggiarla.

La seconda si sperimenta nel momento in cui tutta la costellazione sintomatologica si attiva in assenza di un reale pericolo o in contesti ambientali che di per sé non comportano minacce.

In questo caso le reazioni più frequenti sono: allarme sulle sensazioni percepite, utilizzo di comportamenti di protezione, evitamento.

Lo spaventarsi delle sensazioni corporee percepite come sgradevoli in genere comportano un aumento di ansia, con conseguente peggioramento della situazione.

L’utilizzo di comportamenti di protezione (sedersi, sdraiarsi, allontanarsi, etc.) possono produrre un beneficio nel breve periodo, ma nel lungo periodo non risolvono la situazione ansiogena né producono benefici consistenti.

L’evitamento (non frequentare luoghi dove si presenta la sintomatologia, non guidare, non parlare in pubblico, etc.), oltre a peggiorare e a prolungare il disagio psicologico in atto, conduce alla lunga ad un peggioramento della qualità di vita di una persona, che vede restringere intorno a sé gli ambiti di interesse e di azione, all’insegna dell’impoverimento della vita in generale e limitazioni al proprio valore personale.