Studi Aperti…perché? Il sostegno dei caregivers e non solo

Il Mese del benessere psicologico promosso dall’Ordine degli Psicologi della Regione Puglia, e al quale aderisce lo studio Psicoterapia Cognitiva Bracci, è un importante occasione per promuovere il benessere inteso in maniera complessa, sistemica, inclusiva.

Molto spesso le persone che richiedono un consulto psicologico sono coloro che vivono uno stato conclamato di disagio psicologico e accettano l’idea che un aiuto non sia un segnale di debolezza, bensì il primo passo per risolvere la problematica in atto. Pertanto la richiesta di aiuto arriva da persone che pagano un prezzo molto alto sulla propria pelle per questioni inerenti ansia, depressione, stress cronico, pensieri intrusivi, violenza subìta.

In tal modo restano esclusi da questo circuito molte altre persone che comunque beneficerebbero di un sostegno psicologico, vuoi perché non avrebbero tempo per recarsi alle sedute, vuoi perché non potrebbero sostenere economicamente un simile percorso, vuoi perché ritengono di non necessitare di un aiuto professionale, essendo il proprio disagio scaturito da dinamiche esterne immutabili.

Ad esempio, quante persone ho incontrato in maniera informale che lamentavano un livello di stress molto alto dovuto all’assistenza di una persona cara con una grave patologia neurologica, come ad esempio l’Alzheimer. Spesso i caregivers (ovvero coloro che si prendono cura di una persona con patologie conclamate) sono soggette ad un carico di lavoro molto oneroso, che va ben oltre un livello sostenibile nel lungo tempo. Quando si ottiene una diagnosi del genere, non è la singola persona che viene investita dall’infausta notizia, ma tutto il sistema familiare, questo perché tali diagnosi comportano modifiche cerebrali tali da riguardare la sfera personale (in termini di abilità, percezione, memoria) ma anche modifiche emotive e relazionali. In molti casi il caregiver ritiene che una salda volontà sia sufficiente a sostenere un simile carico, e probabilmente nel breve periodo potrebbe rivelarsi utile una simile considerazione. Eppure nel lungo periodo tutto cambia: diviene difficile gestire il carico di lavoro quotidiano, mantenere un equilibrio emotivo, mantenere uno spazio di autonomia personale e di vita sociale: ciò scaturisce dalle caratteristiche stesse della sindrome di Alzheimer, che investe più ambiti, perdura nel tempo e comporta livelli di aggravamento progressivi. Molto gioverebbe a questi caregivers ritagliarsi uno spazio di ascolto e sostegno, dove potersi esprimere e confrontarsi con chi conosce tali situazioni, al fine di abbassare i livelli di emotività, ritrovare un livello di equilibrio accettabile, normalizzare il vissuto negativo legato a sentimenti di inefficacia, sensi di colpa, rabbia, etc.

Lo stesso ragionamento vale per coloro che vivono con malattie organiche, proprie o dei familiari, dove vi sono scarsa aderenza al trattamento e conseguenze sociali importanti: diabete, tumori, sla, autismo, malattie cardiache, obesità, e l’elenco potrebbe continuare.

Perché dinanzi alla malattia non basta solo la cura farmacologica, in quanto non è solo il corpo a soffrire, ma anche la sfera psicologica ne è investita.

E’ uso comune considerare corpo e psiche come due entità distinte, e anche nei tempi antichi è stata presente questa dicotomia e numerosi i dibattiti scientifici e filosofici tra i fautori delle due interpretazioni.

Corpo e mente sono collegate, non potrebbe essere altrimenti, e la cura dell’uno presuppone la cura dell’altro e non è mai tardi riconsiderare questa separazione, se la abbiamo operata, e porvi rimedio.

Non ultimi coloro che vivono una vita piena, tranquilla, “normale”, eppure si ritrovano a fare i conti con un infanzia che ha lasciato il segno: genitori assenti o troppo presenti, episodi importanti che non si riescono a collocare nel passato e si ripresentano in ogni scelta, credenze e valori scaturiti da stili familiari che sono stati subìti e ai quali si reagisce ancora oggi in maniera oppositiva, sentimenti di rabbia o tristezza che condizionano il presente perché non elaborati e accettati, credenze su come si è sbagliati, inadeguati, indegni. Spesso non solo i singoli soggetti a pagare il conto di questioni non irrisolte, ma anche chi condivide spazi di vita, come il/la coniuge, i figli, gli amici: spettatori di dinamiche che si ripresentano quotidianamente o a brevi intervalli, in base alla pervasività del passato e al grado di consapevolezza personale o di negazione.

Il Mese del benessere psicologico si pone proprio questo obiettivo: dare spazio alla nostra soggettività, alla sofferenza che ognuno di noi vive quotidianamente, alle vulnerabilità che ci appartengono per non considerarle più l’ospite scomodo da scacciare (anche perché non si riesce) ma ad accoglierle, dare voce e trovare uno spazio dove imparare a gestirle.

PERCHE’ NOI SIAMO ANCHE QUESTO E OGNI LATO DEL NOSTRO ESSERE E’ IMPORTANTE.

Disturbo Oppositivo-Provocatorio in età evolutiva

Il Disturbo oppositivo-provocatorio (DOP) è una condizione clinica riscontrabile nei bambini che esibiscono livelli di rabbia persistente e inappropriata in base all’età, irritabilità, comportamenti provocatori verso l’adulto e oppositività, ai quali scaturiscono mal funzionamenti nella sfera personale e sociale.

Solitamente il DOP si manifesta intorno ai 6 anni, anche se spesso la diagnosi arriva in età preadolescenziale.

Si può diagnosticare il DOP in un bambino quando questi va spesso in collera, spesso litiga con gli adulti e sfida attivamente e si rifiuta di rispettare regole e richieste, quando spesso irrita in maniera volontaria le altre persone, quando spesso addebita le proprie responsabilità ad altri, negando le proprie, quando spesso è suscettibile, irritato dagli altri, rancoroso e rabbioso, dispettoso e vendicativo. Tale sintomatologia deve essere presente da almeno 6 mesi e deve causare una compromissione significativa del funzionamento sociale, scolastico, familiare.

Dagli ultimi dati divulgati dal Sispe (Sindacato italiano specialisti pediatri), nella figura del Presidente Teresa Mazzone, si evince come, a differenza di altre categorie cliniche che si possono riscontrare in età precoce (disturbi visivi, uditivi, del neurosviluppo) dove statisticamente non vi sono differenze significative nel corso degli anni, vi è un aumento esponenziale delle problematiche comportamentali, tra cui il DOP.

Questa condizione clinica appare essere facilmente osservabile negli studi pediatrici, anche se Mazzone invita a “differenziare le situazioni patologiche da quelle borderline ed ad apprendere quali siano le strategie di intervento e di comunicazione più efficaci da adottare con le famiglie”; grazie all’utilizzo di strumenti di screening progettati ad hoc e condivisi tra i professionisti, sarà possibile per il pediatra valutare i casi da inviare ad un consulto specialistico (psicologi psicoterapeuti, neuropsichiatri) e quelli dove è sufficiente un supporto (suggerimenti e consigli) comportamentale al bambino.

E’ possibile intervenire sul DOP con un intervento cognitivo-comportamentale, basato su un modello socio-cognitivo scientificamente fondato, dove si mettono a fuoco 2 processi differenti: da una parte le inabilità specifiche a livello cognitivo (deficit cognitivi), dall’altra le percezioni erronee e/o disfunzionali (distorsioni cognitive).

Il lavoro con un minore non può dirsi completo se privo del lavoro con i genitori, e se in età scolare con gli insegnanti, in quanto la sintomatologia è mantenuta dai circoli viziosi operanti dalle reazioni altrui, in primo luogo quelle delle figure di riferimento del bambino. Tale assunto non è facilmente compreso ed accettato dai genitori, soprattutto se sono presenti difficoltà comportamentali negli adulti in questione, che tendono a concentrare il problema e la sua soluzione sul bambino (“è lui il problema”) e non sulle interazioni che scorrono tra gli attori.

Altre ipotesi possono essere l’incapacità percepita nell’aiutare i propri figli o la totale presa di responsabilità della problematica in atto.

Dinanzi alla variabilità della risposta genitoriale, è necessario un lavoro condiviso e distribuito sull’intero sistema familiare, al fine di riconoscere e arrestare i circoli viziosi che mantengono il Disturbo.

MESE DEL BENESSERE PSICOLOGICO 2019

Anche quest’anno l’Ordine degli Psicologi della Regione Puglia ha promosso l’iniziativa “Mese del benessere psicologico” con la promozione sul territorio, da parte dei suoi iscritti, di eventi pubblici inerenti diversi argomenti di interesse generale, in particolare sui diritti (all’infanzia, alla vulnerabilità, alla felicità, etc) e con l’apertura degli studi, con l’offerta gratuita di una prima consulenza a carattere psicologico.

 

Lo studio Psicoterapia Cognitiva Bracci aderisce all’iniziativa con la formula “Studi Aperti”, e dall’8 al 30 Ottobre è possibile prenotare una consulenza gratuita presso la sede di Via Provinciale, Guagnano.

Tante possono essere le motivazione che spingono a ricercare una consulenza psicologica: periodi di stress importanti, problematiche a carattere clinico (ansia, depressione, rabbia, violenza, etc), conflitti in famiglia o sul lavoro, insoddisfazione personale, condizioni mediche di difficile gestione, ma anche semplici informazioni su possibili percorsi di benessere per se o i propri cari.

Lo spazio offerto in questo mese è proprio volto alla promozione del benessere, inteso a livello psico-sociale, e rappresenta un apertura da parte di  professionisti che, chiusi nei loro studi, già lavorano con clienti o pazienti che vogliono riconquistare una serenità offuscata da condizioni di malessere e sofferenza; dunque un’opportunità per coloro che ad oggi, per diversi motivi (emotivi, relazionali, economici, personali), non hanno avuto la spinta a richiedere un aiuto professionale per definire, soppesare, cambiare qualcosa che non piace, che fa stare male, che è fonte di dubbi e perplessità.

Non esitate a chiedere una consulenza: è gratuita, è protetta dal segreto professionale, non è vincolante per ingaggi in terapia.

E’ uno spazio di accoglienza, ascolto, sostegno alla persona, alle coppie, alla famiglia.

Per prenotare una consulenza è possibile compilare il modulo presente sul sito

www.mesedelbenesserepsicologico.it

o utilizzando i contatti presenti nell’area CONTATTI, specificando BENESSERE 2019

Vi aspetto.

Dott.ssa Bracci

 

Scuola…si ricomincia!!! Che paura

Per alcuni riparte la scuola, per altri inizia una nuova avventura attraverso l’ingresso nel mondo scuola.

Sia per chi riprende il percorso scolastico, sia per chi vi si affaccia per la prima volta, la scuola non rappresenta solo ore trascorse in un edificio ad apprendere delle nozioni, ma è un esperienza più complessa che racchiude molti altri elementi.

Vi sono componenti personali, relazionali, sociali in atto.

Oltre ad imparare, a scuola si conoscono nuove persone, adulti e coetanei, e si riprendono relazioni interrotte dalle vacanze estive, alcune positive, altre conflittuali. D’altronde, chi non ha avuto esperienza di un insegnante severo o di un compagno che esagerava e che non ci stava molto simpatico?

A questo si aggiungono previsioni su : compiti, studio, impegno, l’idea di un anno chiuso in una stanza mentre i nostri giorni spensierati divengono sempre meno vita vissuta e sempre più ricordi…

Perché così come esiste per gli adulti la malinconia da vacanza terminata, che per alcuni può assumere i connotati di una vera e propria sindrome, con sintomi emotivi, cognitivi, comportamentali e fisiologici, lo stesso vale per i bambini e i ragazzi.

E così succede che davanti ai cancelli di scuola, in attesa che suoni la campanella, si ascoltino racconti di mal di pancia, mal di testa, malumori, comportamenti oppositivi, e si leggono occhi impauriti, fissi su un punto, ad indicare l’atteggiamento di chi, invece di vivere il momento con curiosità e felicità nell’incontrare un nuovo compagno o ritrovarne uno lasciato a Giugno, è tutto concentrato ad anticipare mentalmente situazioni ritenute spiacevoli o pericolose, a rimuginare sulle conseguenze negative di eventuali performance scolastiche fallite, su come i maestri potrebbero proporre attività difficoltose rispetto alle quali ci si autovaluta in maniera negativa, e via dicendo.

Niente scenari apocalittici per i genitori, siamo in piena attività ansiogena.

Di per sé, la presenza dell’ansia non è patologica: questa emozione è stata predisposta dalla natura proprio con l’intento di prepararci all’azione, e l’attività fisiologica che è un tutt’uno con il vissuto emotivo pone le basi per la riuscita evolutiva dell’emozione stessa.

Il problema dell’attivazione fisiologica dell’ansia è che è spiacevole: mal di pancia, mal di testa, vomito, respiro corto o affannoso, tremore agli arti, palpitazioni, sudorazione, vertigini, sono tutti sintomi che ci inducono a valutare la situazione contingente come spiacevole, pericolosa, qualcosa di cui preoccuparci.

A questo punto il ruolo genitoriale diviene fondamentale: se un bambino vive l’ansia per il rientro a scuola, siamo dinanzi ad una catastrofizzazione dell’evento, e la differenza la fa l’atteggiamento dell’adulto.

Innanzitutto è necessario indagare senza porre enfasi e farsi prendere dal panico: da una parte arricchiamo il paniere delle informazioni al fine di escludere una reale condizione di malattia (ad es. una costipazione gastrointestinale o un principio di influenza), dall’altra trasmettiamo sicurezza e vicinanza.

In secondo luogo si presta attenzione ad un momento di difficoltà dell’Altro: sentirsi accudito in una situazioni di disagio comporta di per sè un notevole miglioramento, e attraverso l’ascolto partecipe e la condivisione il disagio percepito non è più concentrato in una persona sola, ma è diviso con chi è affettivamente vicino e, quindi, meno gravoso.

Infine, è importante normalizzare la problematica emersa: accogliendo la narrazione dell’Altro, fornendo comprensione e racconti di una situazione analoga vissuta, individuando insieme scenari alternativi di ciò che probabilmente si incontrerà.

L’importante è non sminuire il vissuto emerso, frasi del tipo “Non fare così, non preoccuparti, è stupido affrontare in questo modo la scuola” e via dicendo, non migliorano la situazione: le preoccupazioni non si mandano via a comando, ma si affrontano; il giudizio su una preoccupazione può far emergere vissuti di inadeguatezza e abbassare il livello di autostima; il disagio cognitivo ed emotivo verso una situazione temuta può trasformarsi in una problematica conclamata sé non affrontata con chiarezza, trasformando fantasmi in qualcosa di tangibile.

Può succedere che i genitori si sentano inadeguati nell’affrontare la situazione, o andare nel panico insieme ai figli, e questo può succedere per molti motivi differenti: carattere, temperamento, sentimenti di inadeguatezza o per vissuti emotivi analoghi di episodi del passato che hanno lasciato il segno. Qualsiasi sia il motivo individuato è bene armarsi ed affrontare questi eventuali limiti individuati, tenendo ben presente che il proprio figlio sta vivendo una situazione di disagio nel momento presente, ed è necessaria una azione contingente che non sempre coincide con analisi profonde e lavori psicologici personali lunghi.

E’ necessario riappropriarsi nel momento presente del proprio ruolo genitoriale, attraverso la presenza e la vicinanza “ora”, mettendo in stand-by le proprie insicurezze e assumendo un ruolo di guida, di riferimento, di presenza attiva e positiva, al fine di gestire al meglio la situazione emersa, che potrebbe non limitarsi al primo giorno di scuola, ma protrarsi per un periodo più o meno lungo, in base alla gravità della situazione stessa.

Se il ruolo genitoriale non risulta efficace, piuttosto che caricarsi di sentimenti negativi legati a impotenza, inefficacia, sensi di colpa e rabbia verso sè stessi, è più indicato chiedere un aiuto professionale che sostenga l’adulto in questo ruolo di per sé mai semplice, al fine di gestire al meglio la dinamica in atto.

La terapia cognitivo comportamentale risulta particolarmente utile in questi casi, perché di per sé è una terapia breve, strategica, aiuta ad acquisire in maniera consapevole strategie di coping per gestire le difficoltà, oltre a lavorare su aspetti più profondi e strutturati della personalità.

 

Vittime di Narciso. La Sindrome da Abuso Narcisistico

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Non è insolito leggere di Disturbi di Personalità su libri, riviste, internet, servizi televisivi. Tali disturbi sono descritti come costellazioni di personalità ben delineate, che generalmente comportano conseguenze significative nella qualità di vita di chi ne soffre e nelle relazioni sociali che tali soggetti instaurano, e sono caratterizzate da quadri emotivi, comportamentali, cognitivi e relazionali tipici per ogni disturbo. Molta la ricerca scientifica, molta la letteratura al riguardo, al fine di pervenire a modelli di intervento efficienti ed efficaci.

Un esempio è dato dal Disturbo Narcisistico di personalità: tali soggetti si sentono superiori, esigono ammirazione e sono scarsamente empatici; credono che il loro valore sia altissimo, grandioso, che i loro bisogni siano antecedenti a quelli degli altri e, pertanto, autorizzati a pretendere, sfruttare, offendere, calpestare gli altri, che di contro ritengono di poco valore, di secondo ordine. I soggetti narcisistici sono generalmente auto-centrati, arroganti, egoisti, si sentono superiori e invidiati.

Ma quali conseguenze affronta chi entra in contatto con questi soggetti ? Cosa può comportare entrare in relazione con una persona che soffre di un quadro clinico importante come quello di un disturbo di personalità?

In America è stato introdotto un nuovo disturbo, la Sindrome da Abuso Narcisistico (Narcissistic Abuse Syndrome), anche se ancora non riconosciuto ufficialmente, che a parere dei professionisti del settore Salute Mentale mira a dare dignità e comprensione ad un quadro sintomatologico rilevabile in soggetti vittime di narcisisti e che non sono ascrivibili alle caratteristiche di personalità del soggetto stesso.

Può accadere che persone con una sana vita relazionale stabiliscano rapporti sentimentali con persone che mentono, manipolano, abusano al punto da provocare un livello di stress talmente elevato da attivare tutta una serie di conseguenze:

  • sentimenti di tristezza fino alla disperazione

  • stato di ipervigilanza con conseguente ansia e paura

  • cambiamenti d’umore repentini, con predisposizione all’irritabilità, rabbia, vergogna, sensi di colpa, autoaccusa

  • stati mentali di dubbio percettivo, negazione, incredulità

  • difficoltà di concentrazione, con conseguente derealizzazione

  • isolamento sociale

  • perdita di controllo in diverse aree (personale, familiare, lavorativa).

La sintomatologia descritta appare simile a quella riscontrabile nel Disturbo post Traumatico da Stress (che può prendere avvio dal vivere esperienze forti e sconvolgenti, come terremoti, incidenti mortali, guerre, violenze fisiche e sessuali), ciò che varia è la causa attivante il disturbo.

Nella Sindrome da Abuso Narcisistico è la relazione abusante a dare il via al quadro sintomatologico (non deriva da caratteristiche psicologiche preesistenti nella vittima), è sempre caratterizzata da una forma di dipendenza indotta dal soggetto abusante, soprattutto con caratteristiche di personalità narcisista o psicopatica.

Sempre in America, sono stati compiuti studi relativi alle modificazioni cerebrali determinate da relazioni di tipo narcisistico come fonte primaria di stress, al fine di avvalorare quanto emerso in clinica.

D’altronde lo stress, indipendentemente dalla causa, comporta modificazioni negative significative su corpo e mente, deteriorandoli e influendo sulla qualità di vita e sul futuro: lo stress cronico può modificare le dimensioni del cervello, le sue strutture, il suo funzionamento ed è in grado di modificare anche il patrimonio genetico. In particolare lo stress cronico influisce sull’aumento delle connessioni cerebrali della paura e dell’aumento del rilascio di cortisolo, con 2 conseguenze importanti: diminuzione dei segnali elettrici nell’ippocampo (sede di apprendimento, memoria, controllo allo stress) e perdita di connessioni sinaptiche tra i neuroni e contrazione della corteccia prefrontale (zona del cervello coinvolta in concentrazione, decisione, giudizio, interazione sociale).

Dunque, la relazione con un soggetto abusante, con un disturbo di personalità narcisistico, può lasciare segni importanti sulla psiche di una persona, segni che non vanno nascosti, sottaciuti, negati, ma ascoltati e valutati presso specialisti della salute mentale, al fine di intervenire tempestivamente con percorsi di psicoterapia efficaci che riescano a dare voce, accettazione, sostegno, aiuto concreto ai sorprusi subiti e nuova linfa vitale.

Disturbo d’ansia sociale

Chiunque nella vita ha fatto esperienza di doversi esporre in pubblico: esami scolastici, interventi pubblici, essere chiamati ad intervenire verbalmente in un gruppo di persone (associazioni, riunioni di condominio, etc), compiere un azione dinanzi ad una platea, e sarà stata esperienza comune sentirsi sotto osservazione, un po impacciati, con il sopraggiugere di tremore e tensione, la voce un po vacillante, ma poi tutto va bene. Nulla di preoccupante, è solo un pò di ansia da prestazione. E’ assolutamente normale, è comune, è evolutivamente determinata, ha un definito intento preparatorio di attivazione di un organismo nell’ambiente al fine di compiere una performance, di qualsiasi natura, anche sociale.

Per alcune persone, questo timore o ansia può essere accentuata da una componente caratteriale: chi è tendenzialmente timido può preferire ascoltare piuttosto che intervenire in una discussione dove partecipano molte persone, così come una persona timida potrebbe preferire passare inosservata pubblicamente piuttosto che essere il cuore della festa, anche tra amici.

Ma potrebbe essere anche il contrario: ci sono persone che non temono di essere visibili pubblicamente, eppure riscontrano una forte sintomatologia ansiosa dinanzi ad un esame scolastico o in un confronto lavorativo con i colleghi o i superiori.

Fin quando questa ansia, seppur presente, può essere gestita e una persona riesce a portare a termine la propria performance sociale con soddisfazione, tutto bene: un pò di tensione si può sopportare, anche se non è gradevole, l’importante è procedere nella propria esperienza di vita raggiungendo i traguardi sperati.

Ma cosa succede se l’ansia preparatoria non si risolve naturalmente? Se si mantiene nel tempo, anche quando cerchiamo di affrontarla? Se rovina il risultato delle nostre azioni sociali? Se è talmente soverchiante da impedirci di raggiungere il nostro risultato, magari in termini lavorativi, con conseguenze negative?

Generalmente queste esperienze di ansia sociale si presentano con la tipica sintomatologia ansiosa, ovvero una condizione di sofferenza psicologica caratterizzata da rossore, tremore, sudorazione, nodo alla gola, tachicardia, sensazione di capogiri o vertigini, e dal timore marcato e duraturo di una situazione sociale, reale o temuta, in cui si è esposti all’altrui giudizio.

Ciò che contraddistingue la normale ansia da quella sociale sono i temi dei pensieri che passano per la mente: sentire gli sguardi dei presenti diretti tutti sulla propria persona, dubbi sui giudizi negativi su di sé, timore di sbagliare, di essere inadeguato, di fallire, di fare una pessima figura.

Quando si affronta la tematica ansiosa, il focus è incentrato sulla qualità di vita di una persona, perché di ansia, diciamolo, non si muore, anche se talvolta l’esperienza soggettiva si avvicina pericolosamente alla sensazione di morte, o di raggiungimento della follia, o di soffocamento o infarto.

Qualsiasi persona farebbe di tutto per sfuggire un’esperienza così sgradevole, pagando pesanti conseguenze: limitando fortemente la propria vita, in termini di autonomia, limitando, nei casi più estremi rovinando, la propria carriera lavorativa, conducendo una vita sociale povera, precludendosi talvolta una vita sentimentale, per paura di essere visibile e di essere sotto giudizio nella società.

Ovviamente il disturbo di ansia sociale va inteso come condizione clinica all’interno di un continuum tra due posizioni limite: ad un estremo si collocano persone tendenzialmente timide che temono di esporsi o preferirebbero mantenere un basso profilo sociale ma riescono ad affrontare situazioni sociali senza impedimenti psicologici importanti (timidezza patologica); all’altro estremo troviamo soggetti che vivono condizioni di forte sofferenza psicologica negli eventi pubblici o sociali, al punto di evitare tout court le situazioni sociali ansiogene (disturbo evitante di personalità); nel mezzo si riscontrano la maggior parte dei casi di persone che soffrono di ansia sociale, presentando un livello di gravità e una sintomatologia nella media, e correlata a significati personali ascrivibili alla propria storia di vita.

Clinicamente tale condizione può essere diagnosticata da uno psicologo come Disturbo d’ansia sociale, se sono presenti una serie di condizioni in termini di sintomatologia e di durata, e può essere affrontata in terapia con buoni risultati.

La terapia cognitivo-comportamentale di questo disturbo propone modelli e tecniche d’intervento differenziate, che condividono un nucleo d’interpretazione: la convinzione di essere inadeguati socialmente e di essere oggetto del giudizio negativo altrui.

Il lavoro psicoterapico offre buone probabilità di risoluzione del disturbo in questione, forte della collaborazione empirica alla base di questo approccio terapeutico, dove il lavoro di squadra paziente-terapeuta è imprescindibile per il buon esito del trattamento e dove le difficoltà ansiogene possono essere sperimentate, interpretate, elaborate e modificate in una relazione sociale sotto controllo per eccellenza: lo studio dello psicologo.

La consulenza psicologica: quando e perché

Quando non conosciamo bene una cosa, è normale prendere informazioni su pregiudizi, informazioni insufficienti o credenze personali non basate su dati oggettivi.

Non siamo noi ad essere sbagliati, ma è la nostra mente che funziona così: siamo organismi in un ambiente ricco di informazioni, riceviamo imput da ogni dove e, attraverso gli organi di senso, dobbiamo elaborare le informazioni utili per effettuare una valutazione, formulare un giudizio, prendere una decisione e agire.

Tale processo necessita di una capacità importantissima: l’attenzione. Se non prestiamo la dovuta attenzione, le informazioni che ci giungono restano rumori di fondo e non vengono elaborati a livello centrale.

Se questo vale per ogni cosa che ci circonda, allora riguarda anche la possibilità di rivolgersi ad uno psicologo.

E’ chiaro per la maggior parte delle persone che se si presenta un mal di denti, la strategia più utile da adottare è quella di richiedere un consulto dal dentista, così come se un dolore alla gamba persiste oltre un tempo accettabile, sarà il caso di rivolgersi ad un ortopedico.

Ma quando rivolgersi ad uno psicologo? Se lo psicologo cura i matti, e non credo di appartenere a tale categoria, non posso andarci; e se dallo psicologo vanno coloro che sono deboli, insicuri, ma io non appartengo nemmeno a questa categoria….sarà meglio parlare con un amico, ma non risolvo granché, perché ne sa quanto me. Meglio cercare su internet? Dinanzi alle diagnosi, si apre un mondo di dubbi: potrei avere 2-3 disturbi, e chi mi circonda altrettanti, se non di più.

Se lo scenario tende ad assumere carattere di incertezza e pieno di dubbi persistenti, potrebbe risultare utile cercare di comprendere in cosa consiste una consulenza dello psicologo.

La consulenza psicologica non è dissimile dal consulto dal medico di base, ciò che cambia è la natura alla base del quesito: invece di mal di gola, dolori articoli, sbalzi di pressione, in genere il consulto dallo psicologo ha per oggetto emozioni negative persistenti, ansia, depressione, sbalzi di umore, stress, comportamenti disfunzionali, difficoltà relazionali, difficoltà sentimentali, domande irrisolte circa l’opportunità di intervenire in un ambito di vita nostra o di un nostro famigliare, domande circa lo stato di salute psicofisico, evitamenti che condizionano la qualità di vita, isolamento sociale, difficoltà scolastiche, abitudini disfunzionali (fumo, cibo, sedentarietà, etc), storie di vita traumatiche.

Ogni dubbio circa un ambito della nostra vita, riguardo il ruolo che assumiamo nella società (in quanto figli, genitori, lavoratori, cittadini), che non riesce a trovare soluzione nel normale scorrere della vita, e che ci condiziona e ci ritorna in mente in continuazione, come una sorta di rimuginio, probabilmente è degno di essere affrontato, e la consultazione psicologica è il luogo d’elezione per esprimere, dare forma a tali quesiti, non perché sono di per sé patologici, ma perché fanno parte della nostra esistenza, ci determinano come persone, nelle scelte che compiamo, nelle azioni che mettiamo in atto, in ciò che pensiamo, comunichiamo, crediamo.

La perseveranza nel dubbio non è utile a nessuno, in primo luogo a noi stessi, ma nemmeno a chi ci sta intorno: basti pensare ad una persona con un disturbo conclamato, come un disturbo d’ansia, che vive male la sua quotidianità, sempre attento ai mille pericoli che potrebbe trovare sulla propria strada, e intanto dipende dagli altri nelle normali faccende e spostamenti, condizionando inevitabilmente anche la vita degli altri; o ad un genitore che percepisce comportamenti inusuali in suo figlio, non sa darsi una spiegazione ma non agisce, in preda al dubbio se fosse il caso di farlo vedere da uno psicologo, per timore di compiere un errore, di essere inopportuno rispetto alla scelta dello specialista a cui rivolgersi, per timore di accentuare una soluzione che con il tempo potrebbe risolversi da sé.

Mille potrebbero essere gli esempi, in quanto è l’essere umano in sé ad essere complesso, costituito da mille sfaccettature della propria identità, esistenza, fase di vita, esperienze che si compiono, situazioni inaspettate che si impongono alla nostra percezione, scenari che si aprono e si chiudono e intanto ci lasciano il segno: nella maggior parte dei casi, la vita si affronta, si sceglie, con successi e fallimenti, o le si scivola accanto, soddisfatti di aver scampato un pericolo, ma non sempre, non in tutti i casi.

Alcune volte da soli non ce la facciamo, non per debolezza, forse gli ostacoli ci appaiono insormontabili, o proprio in quel momento non sentiamo dentro di noi la forza, la determinazione ad affrontarli, o non abbiamo informazioni sufficienti per formulare una valutazione sufficientemente buona, la nostra rete sociale non ha strumenti per sostenerci e per aiutarci: è il momento del coraggio, della consapevolezza, dell’azione.

E’  il caso di richiedere un consulto psicologico, per esprimere un disagio, un dubbio, per prendere consapevolezza di ciò che sta accadendo, per compiere il primo passo di un cambiamento che magari immaginiamo da tanto tempo e che abbiamo rimandato.

La consulenza psicologica è un momento di libera espressione, di ascolto partecipato, di accoglienza non giudicante, discreta e professionale, per ricevere un primo consiglio su come affrontare la situazione presentata, quali ulteriori informazioni sono necessarie per completare il quadro d’insieme, quali scenari d’intervento sono possibili, quali gli invii ad altri specialisti sono maggiormente indicati, se necessari.

Non è vincolante rispetto ad un percorso terapeutico, in genere si conclude in poche sedute, in base alla complessità del quesito posto, basate sul segreto professionale.

Un ulteriore ostacolo all’idea di avvalersi di una consulenza psicologica è rappresentato dal costo: se per una domanda a carattere organico ci si avvale del medico di base in maniera gratuita, lo psicologo fornisce tale prestazione dietro compenso, nel suo studio privato.

Purtroppo la questione è aperta anche per la Professione, in quanto è da anni che da diverse parti del settore psicologico ci sono pressioni affinché sia introdotto nel sistema sanitario la figura dello psicologo di base, che sia di accesso facile e gratuito all’interno di ambulatori supportati dal sistema sanitario stesso o convenzionati, ma nonostante i vantaggi riconosciuti da studi effettuati in diversi Stati,(come in Inghilterra, dove lo psicologo è inserito nel sistema di sanità pubblica come qualsiasi altro medico specialista, con relativa riduzione della spesa nel settore), in Italia non è stato ancora recepita l’opportunità di avvalersi di tale figura in maniera diffusa e capillare, in maniera simile ai medici di medicina generale.

Nell’attesa di tempi migliori, la consulenza psicologica resta un servizio espletato dallo psicologo nel settore privato, dunque soggetto ad un costo, vincolato comunque ai parametri forniti dall’Ordine Nazionale degli Psicologi nel tariffario professionale, e inferiore ai costi delle consulenze di altri specialisti del settore sanitario.

Disturbo d’ansia per la salute

E’ una delle condizioni cliniche più antiche della storia della civiltà, già al tempo di Ippocrate e negli scritti relativi a quell’epoca se ne ritrova traccia: l’ipocondria, attualmente denominata disturbo d’ansia per la salute.

Il termine antico deriva dalla denominazione greca della zona superiore dell’addome, luogo corporeo di grande importanza per la dottrina ippocratica degli ‘umori’, soprattutto in rapporto con il configurarsi della melancolia a cui l’ipocondria venne collegata.

Nel II secolo d.C. il vocabolo fu utilizzato proprio nell’ambito della dottrina relativa alla melancolia per designare, in particolare in Galeno, una vera e propria malattia, che venne definita hypochondriacum flatulentumque morbum. La concezione galenica si è sostanzialmente mantenuta fino al 19° secolo; ancora nel 1845, infatti, W. Griesinger, neurologo e psichiatra tedesco, riteneva gli stati ipocondriaci come forme minori e più lievi della follia, includendoli in tal modo nel concetto di stati depressivi psichici.

Emil Kraepelin nel 1896 suggerì una interessante distinzione tra hypochondria cum materia, ovvero con disturbi reali ma sopravvalutati, e hypochondria sine materia, ovvero senza alcuna basa oggettiva.

Per questo lungo periodo l’ipocondria è stata interpretata e concettualizzata in differenti modi, ma nell’essenza ha sempre indicato uno stato di profondo timore di aver contratto o di trovarsi in una condizione di grave malattia, di cui si avvertivano i segnali premonitori e di cui il medico sottostimava la portata, con la conseguenza di spingere la persona a cercare continuamente conferme o smentite attraverso consultatazioni mediche sempre più dettagliate.

Attualmente l’ipocondria ha mutato nome (Disturbo d’ansia per la salute) ma non sono cambiate le caratteristiche del disturbo in sé: la differente denominazione si è resa necessaria per allinearsi agli studi più recenti e aggiornati, che hanno individuato un carattere di continuità tra l’ipocondria e il funzionamento dei disturbi ansiosi.

Il soggetto che soffre di questo disturbo si automonitora, cioè si “ascolta” continuamente: ogni sensazione fisica viene indagata scrupolosamente, continuamente, attribuendo un significato catastrofico alle sensazioni percepite, collegandole a malattie gravi. A questo automonitoraggio seguono diversi comportamenti: la ricerca di conferme presso il medico di base, al quale vengono richieste visite continue, pareri, analisi sempre più invasive, esami di laboratorio, con conseguente aumento di richiesta di prescrizioni farmaceutiche, il più delle volte non necessarie, rassicurazioni su ogni sensazione rilevata, e di consultazioni specialistiche. Nonostante il focus medico così dettagliato, non si evince miglioramento o soluzione al dubbio sulla propria salute, tanto che tali soggetti hanno la tendenza a ricercare ossessivamente, in proprio, informazioni sulle malattie temute sui libri di medicina, navigando sui siti tematici, fino ad autodiagnosticarsi malattie e sindromi, generalmente molto gravi e con esiti fatali.

In genere tali soggetti arrivano a richiedere esami sempre più invasivi e costosi, gravando in misura considerevole sui costi del Sistema Sanitario; non solo, le conseguenze gravano anche sul sistema familiare ed amicale, attraverso la continua condivisione dei sintomi emersi e sul loro livello di gravità e attraverso la costante richiesta di rassicurazioni e supporto. Non ultimo, il costo personale in termini di sofferenza psicologica, di tempo investito in una ricerca senza fine, di stress legato alla visione di sé come vulnerabile ed incompreso, sia dalla propria rete sociale, sia dai rappresentanti del settore medico.

Attualmente, il trattamento cognitivo-comportamentale rappresenta il percorso di cura d’elezione del disturbo d’ansia per la salute, grazie alla concettualizzazione teorica e d’intervento proposta da un clinico  inglese, studioso della materia, il dott. P. Salkovskis, che negli anni 90, sulle ricerche effettuate, ha elaborato un modello di comprensione del disturbo basato sul funzionamento dei disturbi ansiosi.

Attraverso la concettualizzazione cognitiva del disturbo d’ansia per la salute, oggi è possibile intervenire ed ottenere buoni risultati di risoluzione della dinamica ansiosa, grazie ad un lavoro psicoterapico incentrato su: conoscenza del disturbo, rilevazione dei circoli viziosi che incrementano la gravità del disturbo in sé, i fattori di mantenimento che il soggetto mette in atto e che sostengono la dinamica nel tempo.


Attacchi di panico e Disturbo da Panico

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“Un mostro opprimente che mi totalizza. Tutto diventa nero, soffocante, irreale….la testa gira, mille pensieri si affacciano, e nessuno che riesco a mettere a fuoco.

Mi sento come se la mente non mi rispondesse, non mi appartenesse, mi sento di impazzire.”

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“Parte la sudorazione, mentre il cuore batte a mille e le mani sono un tremore.

Non respiro, ho un nodo alla gola che me lo impedisce. E sento che sto per morire.

Solo l’intervento dei medici del Pronto Soccorso mi salva.”

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Le esperienze vissute dalle persone che hanno avuto un attacco di panico sono piene d’angoscia, di sofferenza, di soffocante disperazione. Eppure sono così differenti nei sintomi che si presentano, differenti nelle valutazioni cognitive che accompagnano questi episodi di ansia acuta.

Vi sono casi in cui prevalgono sintomi incentrati su palpitazioni, eccessiva sudorazione, tremori, dolori al petto, altri in cui prevalgono affollamenti di pensieri negativi, sensazioni di perdita di controllo e perdita di contatto con la realtà circostante (derealizzazione), altri in cui prevalgono vertigini, tremori, debolezza alle gambe. E altre possono essere le combinazioni di sintomi che si presentano in una persona con un attacco di panico, partendo da 13 sintomi possibili e necessari per poter formulare tale diagnosi. Tali costellazioni sintomatologiche sono accompagnate da 4 timori specifici: avere un infarto, svenire, soffocare, impazzire.

Generalmente, una persona che sperimenta un attacco di panico tende a mettere in atto una serie di comportamenti atti ad impedire che questo possa verificarsi nuovamente, ovvero gli evitamenti: è molto comune in chi ha sperimentato un attacco di panico mentre era in automobile tendere a evitare di mettersi alla guida, rinunciare a prendere il treno piuttosto che l’aereo, non andare al cinema per timore che possa sopraggiungere un attacco mentre si è nella folla della sala e non riuscire a fuggire in tempo, non abbassare la testa per evitare che possano presentarsi le vertigini.

Insieme agli evitamenti, è comune riscontrare una serie di comportamenti di protezione, ovvero comportamenti che idealmente impediscono di raggiungere l’apice di intensità dell’ansia, cercando di gestire al meglio la comparsa delle prime sensazioni fisiche: per chi è svenuto durante l’attacco, cercare una sedia su cui poggiarsi appena le gambe iniziano a tremare per la debolezza, farsi accompagnare negli spostamenti, controllare la respirazione per non iperventilare.

Ne deriva tutta una serie di limitazioni nel contesto di vita e della propria libertà dovute alla necessità di poter mettere in atto queste forme di protezione ed questi evitamenti come strategie di contrasto all’attacco di panico.

D’altronde l’ansia non è una emozione gradevole, e sperimentarla a livelli di intensità elevati non rientra tra le esperienze di vita che si ripetono volentieri.

La messa in atto di questi evitamenti non garantisce la risoluzione degli attacchi di panico, che possono comparire in ulteriori contesti ambientali, con livelli di intensità crescenti, con 2 conseguenze principali: incremento degli evitamenti e dei comportamenti di protezione, in una dinamica di circolo vizioso, e la comparsa del vissuto di impotenza.

Le strategie messe in atto dai soggetti con attacchi di panico poggiano sul buon senso, ma le dinamiche da cui questi si generano e che sono mantenuti nel tempo sono estranee a questa logica, tanto che chi generalmente cerca di gestire in solitaria queste esperienze emotive negative non ottiene buoni risultati, anzi la tendenza è quella di contribuire al mantenimento della sintomatologia ansiosa, creando i presupposti affinché uno o due episodi si trasformino in un Disturbo da Panico.

La ricerca di uno specialista per poter risolvere questo disturbo in genere avviene quando la sintomatologia ansiosa è tale da impedire il naturale scorrere degli eventi quotidiani, quando la sofferenza è giunta a livelli non più sopportabili, quando l’oppressione è tale da non permettere una vita piena e vissuta in tutti i suoi ambiti.

Tali soggetti sono timorosi di affrontare gli eventi, vivono costantemente in stato di vigilanza pronti a cogliere alle prime manifestazioni i sintomi temuti, non comunicano volentieri nella propria rete sociale il dolore che stanno vivendo, si vergognano della piega che la loro vita sta prendendo, isolandosi sempre maggiormente, vivendo in solitaria il terrore che tendono ad allontanare a tutti i costi.

Eppure gli attacchi di panico e il relativo Disturbo sono patologie su cui grandi passi sono stati compiuti nel campo del trattamento psicologico. La loro concettualizzazione teorica nel campo della terapia cognitivo-comportamentale ha raggiunto livelli di eccellenza, sono stati elaborati protocolli d’intervento efficaci nella gestione e risoluzione del disturbo, in un ottica di psicoterapia breve.

La perseveranza nella sofferenza, laddove si sia presentato un Disturbo da Panico, non è giustificata dall’assenza di trattamenti efficaci nella sua risoluzione, ma è mantenuta dalla mancanza di informazioni, di accesso alle cure nel Sistema Sanitario, nella diffidenza verso la figura dello psicoterapeuta, nei costi talvolta onerosi per sostenere un percorso psicoterapico.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è un trattamento specialistico, utile per affrontare il Disturbo da Panico, basato su una solida concettualizzazione teorica e metodologica, sostenuto dalla ricerca internazionale basata su criteri di bontà riconosciuti nel campo scientifico.

E’ una psicoterapia breve, economica dal punto di vista costi-benefici, si avvale di protocolli di intervento validati dalla ricerca, è efficace nel risolvere molti disturbi psicologici, tra cui il Disturbo da Panico.

Ansia normale e patologica

L’ansia, di per sé, è un’emozione primaria, innata,  indipendente dal contesto d’apprendimento e culturale (famosi gli studi sulle espressioni facciali legate alle emozioni in bambini molto piccoli), presente nel bambino già verso l’ottavo mese di vita, dove si presenta come paura dell’estraneo.

Come tutte le emozioni, ha un forte valore comunicativo e sociale, basata sull’impronta evolutiva di predisposizione di una risposta adeguata e adattiva agli stimoli presenti nell’ambiente. Aumento battito cardiaco, sudorazione, iperventilazione, tremori e tensione muscolari risultano essere aggiustamenti fisiologici avviati da un comando a carattere del sistema nervoso centrale per favorire nell’organismo una risposta di tipo “attacca, scappa o immobilizzati” dinanzi ad un pericolo.

Dunque l’ansia prepara un organismo a reagire ad una minaccia, in maniera immediata, non ragionata, in quanto il ragionamento, seppur in forma ridotta, comporta un impegno di tempo che l’organismo non si può permettere dinanzi ad un pericolo imminente.

Questa argomentazione ci illumina su come tra l’uomo e gli altri mammiferi vi sia una linea di continuità: basti pensare alle reazioni fulminee che siamo abituati ad osservare nei documentari naturalistici, dove la preda “scatta” alla percezione del minimo movimento da parte del predatore, e come questi compia movimenti quasi impercettibili al fine di avvicinarsi quanto più possibile alla preda presa di mira.

Le reazioni fisiologiche che sono presenti nell’ansia trovano spiegazione e comprensione nella dinamica sopra citata: l’organismo che percepisce la minaccia attiva in un tempo limitatissimo tutte le risorse di cui dispone per fronteggiare il pericolo o per scappare, dunque l’ossigeno deve essere presente in gran quantità per irradiare ogni parte del corpo, il cuore deve pompare tutto l’ossigeno necessario, ogni muscolo deve essere pronto e teso, la concentrazione massima per percepire minimi variazioni nell’ambiente circostante.

Eppure l’emozione in generale, e in questo caso l’ansia, si avvale di una componente cognitiva, un giudizio iniziale, ciò che R. Lazarus (1966) chiama “valutazione primaria”, che consiste nel riconoscimento di una situazione come minaccia e nella valutazione della probabilità, l’immediatezza e il grado di possibile conseguente danno. Se tale giudizio è notevolmente negativo, l’organismo non prova a fuggire, in quanto la fuga risulterebbe inutile, ma “si congela” (freezing), basandosi sull’assunto che, sempre prendendo come esempio il mondo animale, il predatore non si cibi di animali morti, per non ingerire cibo avariato, compromettendo la propria esistenza.

Questo tipo di reazione, il freezing, seppur difficilmente trova applicazione nel genere umano odierno, in quanto non è comune il cannibalismo, si può riscontrare in diverse situazioni ansiogene, in quanto le reazioni emotive sono state inglobate nel nostro cervello dei nostri antenati preistorici milioni di anni fa, consolidate nelle strutture limbiche nella parte più profonda e antica del telencefalo e correlate alle funzioni fondamentali per la conservazione della specie.

Dunque l’ansia è un’emozione importante, ma si presenta all’esperienza soggettiva come tendenzialmente spiacevole: se una lieve tensione che accompagna l’azione può essere sopportata e gestita nel breve periodo, un’ansia forte dà luogo a forti sensazioni fisiologiche che, insieme ad una valutazione primaria negativa e ad un tempo maggiore di persistenza, può produrre sensazioni estremamente sgradevoli ed insopportabili.

E’ ciò che si sperimenta nell’ansia forte e nell’ansia patologica (attacchi di panico, disturbo da panico, agorafobia, ipocondria, ansia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo, ansia specifica, ansia generalizzata).

La prima può verificarsi in presenza di forti minacce di pericolo o laddove si valuti un evento particolarmente grave, immediato, comportante gravi conseguenze: maggiore è la minaccia, maggiore sono le risorse messe in campo per fronteggiarla.

La seconda si sperimenta nel momento in cui tutta la costellazione sintomatologica si attiva in assenza di un reale pericolo o in contesti ambientali che di per sé non comportano minacce.

In questo caso le reazioni più frequenti sono: allarme sulle sensazioni percepite, utilizzo di comportamenti di protezione, evitamento.

Lo spaventarsi delle sensazioni corporee percepite come sgradevoli in genere comportano un aumento di ansia, con conseguente peggioramento della situazione.

L’utilizzo di comportamenti di protezione (sedersi, sdraiarsi, allontanarsi, etc.) possono produrre un beneficio nel breve periodo, ma nel lungo periodo non risolvono la situazione ansiogena né producono benefici consistenti.

L’evitamento (non frequentare luoghi dove si presenta la sintomatologia, non guidare, non parlare in pubblico, etc.), oltre a peggiorare e a prolungare il disagio psicologico in atto, conduce alla lunga ad un peggioramento della qualità di vita di una persona, che vede restringere intorno a sé gli ambiti di interesse e di azione, all’insegna dell’impoverimento della vita in generale e limitazioni al proprio valore personale.